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San Marino, il “part time” aumenta il suo appeal: +16% in quattro anni

da Redazione

Lavoro: è il settore del commercio che adotta maggiormente questa tipologia di contratto. Sono sempre meno i frontalieri, che restano comunque “appetibili” per le imprese.

 

di Daniele Bartolucci

 

Se è vero che le forze di lavoro complessive in Repubblica sono diminuite fino a quota 21.704 unità (dati al 30 settembre 2014), ingigantendo il numero dei disoccupati (ad oggi 1.447), è altrettanto vero che non tutti i settori hanno subito questo ridimensionamento (vedi Fixing nr. 40), ma nemmeno i contratti. C’è infatti un dato interessante e abbastanza palese in questo senso, ovvero che i contratti “part time”, un tempo bistrattati sul Titano, hanno fatto un notevole salto in avanti: oltre il 16% in quattro anni.

A fine 2010 (primo dato disponibili sul sito dell’Ufficio Statistica dello Stato), il numero dei “part time” era di 1.849 lavoratori, mentre oggi sono quasi 300 in più, più precisamente 2.146, in pratica più del 10% del totale se si escludono i 1447 disoccupati attuali. Una forma contrattualistica che, come si legge nei dati, non è però apprezzata da tutte le imprese: chi maggiormente la utilizza, al momento, è infatti il settore del commercio, dall’alto dei 745 contrattualizzati, in pratica più di un terzo del totale. E in aumento, visto che il 31 dicembre del 2010 erano solo 552. A stretto giro segue il settore “Attività immobiliari, Informatica, servizi alle imprese” con 517 contratti, ma stabili (nel 2010 erano infatti 497).

Aumenti si registrano anche nei settori “Alberghi e ristoranti”, “Trasporti e comunicazioni”, Istruzione, Sanità e assistenza sociale” e “Altri servizi”. Meno utilizzato nel settore “Industria”, dove viene ovviamente privilegiato invece il contratto “full time” per evidenti ragioni operative e produttive.

In termini assoluti, tenendo a parte il numero di posti di lavoro persi a causa della crisi (e quindi delle aziende che hanno chiuso i battenti), parrebbe evidenziarsi quindi una “trasformazione” nel mondo del lavoro dal full time al part time, nel momento in cui la prima tipologia è diminuita e la seconda aumentata.

Ma c’è anche il punto di vista “sociale”: in un momento di difficoltà, domanda e offerta – impresa e lavoratore – hanno trovato un nuovo punto di incontro, limitando quindi orario di lavoro e di conseguenza la retribuzione. Perché “sociale”? Perché spesso è proprio il lavoratore a scegliere il part time – si pensi alle donne, ad esempio, impegnate la maggior tempo della giornata nei lavori domestici e nell’accudire i figli – pur con la consapevolezza che meno ore si tradurranno anche in minore reddito. E lo stesso può dirsi delle aziende: in un momento di crisi come quello attuale è indubbio che calino anche le ore-lavoro e dato un certo tipo di mansione magari basta un part time piuttosto che un contratto normale. Anche per questo è il settore del commercio ad avvalersi maggiormente di questo contratto, considerati i vari fattori in campo: dalla stagionalità alla programmazione settimanale, molto più flessibile che in altri settori.

Infine c’è il dato sul lavoro frontaliere: nel 2008 questa forza era rappresentata da 6.585 lavoratori, per la maggior parte italiani, mentre oggi (sempre al 30 settembre 2014) si è ridotta fino a quota 5.332. Oltre mille frontalieri in meno, statisticamente uno su sei ha smesso di lavorare a San Marino negli ultimi anni. Ma anche qui ci sono delle considerazioni da fare: una è politica, laddove proprio in questi anni è andata in scena una forte tensione sui diritti dei lavoratori frontalieri, sia da parte italiana sia da parte sammarinese. Non ultima la bozza del Decreto applicativo alla recente normativa sul lavoro occasionale, dove lo continua a proporre discriminazioni tra residenti e non residenti, come è il pagamento di un obolo annuale, una quota – sulle spalle del lavoratore frontaliero – di 30 euro. E’ evidente che la “convenienza” per questi lavoratori è diminuita nel tempo, così come è riconducibile alla chiusura di molte aziende la riduzione del numero totale. Ma è altrettanto evidente la “convenienza” a livello operativo di molte aziende sammarinesi, sempre alla ricerca di personale qualificato. Ed è proprio nella specializzazione che le imprese hanno trovato – almeno fino a poco tempo fa – la differenza tra un lavoratore sammarinese e uno frontaliere. E ciò si evidenzia nei dati statistici: quasi tutti i settori hanno ridotto il numero di dipendenti frontalieri, ma non tutti allo stesso modo. Resta stabile, ad esempio, il numero dei “Dirigenti e assimilati” (da 93 nel 2008 agli attuali 96) e aumenta quello degli “Impiegati operativi” (da 475 a 518) e degli “Altri”. Mentre calano tutte le altre categorie, soprattutto quelle dove è fondamentale una certa specializzazione.

Non è quantificabile se c’è stato un “cambio” in favore dei sammarinesi, anche se non è impossibile, visto che il livello medio di istruzione dei lavoratori sammarinesi è comunque cresciuto e la formazione professionale è entrata a far parte dei bilanci di molte imprese.

Considerato il valore della “quota frontalieri”, comunque oltre le 5.300 unità occupate su meno di 22mila in totale, è evidente che le aziende sammarinesi abbiano ancora necessità di questi lavoratori, magari anche con contratti part time, piuttosto che con quelli di “lavoro occasionale”, la cui normativa lascia aperti molti dubbi, a partire dal fatto che è stato previsto di restringere solo ad alcuni settori del sistema economico la possibilità di sostituire con immediatezza lavoratori assenti per malattia o dimissioni. Ciò, come evidenziato dall’Associazione Nazionale Industria San Marino in questi giorni, crea una incomprensibile disparità di trattamento con cui si discriminano e penalizzano le imprese, alle quali è impedito l’utilizzo del lavoro occasionale.

Gli Industriali avevano proposto e continuano a sostenere la necessità di estendere questa possibilità a tutte le aziende che svolgono attività non interrompibili indipendentemente dal tipo di licenza d’esercizio.

Il tutto in attesa della futura riforma del mercato del lavoro, che dovrà tenere conto, oltre che delle mutate condizioni sociali ed economiche, anche delle richieste di chi poi dovrà “darlo”, il lavoro.

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