Il primo punto è di domanda, ed è racchiuso nel titolo dello spettacolo passato sulle assi del Teatro Galli venerdì 28 novembre.
Il secondo puctum, per dirla alla Roland Barthes (è, in estrema sintesi, un particolare improvviso, casuale e privato), è una data, per la precisione quella del debutto del lavoro, il 1984: ai tempi ero già nell’età della memoria, del “l’ho visto, l’ho vissuto e me lo ricordo”. A nove anni, il mondo già lo vivi attraverso gli occhi e l’udito.
“La dernière danse?” – questo il titolo del lavoro presentato dal Balletto di Roma e che, dopo la prima assoluta al Ravenna Festival di giugno 2025, è passato a Rimini (la versione del 1984 debuttò invece al Festival di Castiglioncello) – è il riallestimento firmato da Miki Matsuse dello spettacolo del coreografo belga Micha Van Hoecke e quindi va visto soprattutto come preziosa operazione di filologia “danzesca”.
L’ambientazione è tipicamente “Ottanta”, così come i quadri (lavori corali alternati ad assoli e a duetti: l’indicazione non è mia ma di chi mi ha accompagnato, la coreografa Veronica Bagnolini) e sono – va detto subito – molto piacevoli e leggeri, spensierati. Esattamente, per chi se li ricorda e per chi li ha vissuti, come erano quegli anni. Il pubblico trova sul palco una tensostruttura – quella che si usava per le feste – e un juke box: bastano questi due elementi totemistici (o meglio, “bastavano”) per divertirsi. E il divertimento, in scena, emerge con tutta la sua forza, supportato – va rimarcato – da una grande tecnica (non fine a sé stessa ma decisamente comunicativa) dei ragazzi e delle ragazze del Balletto di Roma che danzano i pezzi in scaletta. L’arco temporale della musica è straordinario: dagli anni Cinquanta al Sessanta, con un “affacciamento” nei Settanta. Ecco quindi i Platters, ma anche i Procol Harum, Golden Sixties, Leo Ferrè, Ray Charles e Harry Belafonte. Un viaggio nella memoria che vive e fa sognare ancora oggi.
