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La gola di gloria, la brama di sapere

da Simona Bisacchi

Giovanni Pascoli la chiamava la “gloriola”. La gola di gloria. Quella brama di riconoscimento che – in qualsiasi lavoro, relazione o passatempo – ci spinge a dare il massimo solo per poter essere osannato come il più sapiente, il più preparato, il più indispensabile, insomma “il migliore”.

È qualcosa che va al di là dell’autocompiacimento, perché in questo caso saremmo noi, da soli, che ci congratuliamo per i nostri – presunti – successi. Alla “gloriola” questo non è sufficiente. Non le basta nemmeno la nostra personalissima soddisfazione. La “gloriola” vuole un pubblico, possibilmente adorante. Qualcuno che dica – al posto nostro – quanto siamo stati utili, quanto siamo stati fondamentali.

Il poeta della semplicità – capace di innalzare l’umiltà del mondo contadino a valore, a principio da cui partire per scoprire la profondità della vita – gioca con noi, bonariamente ci prende in giro, nel sottolineare come il nostro operato, ogni pensiero, ogni piccolo o grande gesto sia in realtà il tentativo di nutrire quella nostra insaziabile “gloriola”.

“Non c’è forse sentimento al mondo, nemmeno l’avidità del guadagno, che sia tanto contrario all’ingenuità del poeta, quanto questa gola di gloriola, che si risolve in un desiderio di sopraffazione! Quando sei preso da questo morbo, non cerchi il poetico, il buono e il bello, ma il sonante e l’abbagliante” (da “Il fanciullino”).

Ci invita, Pascoli, a non ascoltare lei, a non seguire questa gola – e non a caso la “gola” è uno dei sette vizi capitali – ricordandoci che “Tu scopri, non inventi. E ciò che scopri c’era prima di te e ci sarà senza di te”.

Non c’è antidoto contro questa golosità, che incessantemente richiama alla nostra bocca la parola “io, io, io”. Non c’è dieta che snellisca l’ego di chi vuole fare di sé il centro del mondo altrui.  Non c’è medicina per chi non vuol guarire dalla presunzione di avere sempre ragione.

L’unico rimedio possibile è la voce di quel fanciullino, che ci ricorda che la vita è semplice. Non è fatta di grida e pianti per attirare l’attenzione. Non vuole grandi dichiarazioni d’intenti. Non necessita di applausi. La vita non chiede che i principi in cui crediamo siano proclamati ma vorrebbe che fossero messi in pratica. Ci chiede di accettare l’onta del torto, del non avere ragione a ogni costo. Di ammettere che la nostra opinione vale tanto quanto quella degli altri e nella loro vita non abbiamo alcun diritto, se non quello che loro ci concedono. E “tra avere ragione ed essere gentile, bisogna scegliere la gentilezza” come insegna una bambina del collegio di Mallory Towers, negli omonimi libri di Enid Blyton. Invece tendiamo a prendere ispirazione da quel ragazzino di un talent televisivo che candidamente proclama “Anche secondo me è come dico io”.

Il fanciullino di Pascoli abita ognuno di noi. Sorridente e screanzato resiste, schiacciato tra discorsi adulti, sempre più vuoti, e impegni serissimi, in cui latita la profondità e spesso l’onestà delle intenzioni. Lui è lì. Comunque. E vorrebbe solo che noi fossimo un po’ più spontanei, un po’ più allegri, un po’ più disponibili a imparare. Ci vorrebbe, semplicemente, un po’ più contenti.

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