Home Notizie del Giorno Visto per voi a teatro: Santarcangelo Festival 2024, la seconda giornata

Visto per voi a teatro: Santarcangelo Festival 2024, la seconda giornata

da Alessandro Carli

L’impatto con la scena è incantevole: platea all’altezza del palco, avvolto dal buio. Davanti al fondale, alla sinistra degli spettatori, si intravvede una figura femminile, stesa, che rivolge le spalle al pubblico mentre un cinguettio fuoriscena evoca panorami virgiliani (quelli delle Bucoliche, in particolar modo). La sinossi di Vanitas, visto sabato 6 luglio al Petrella di Longiano, è un invito all’incanto: “Partendo da una riflessione sulla vanitas come genere pittorico, Giovanfrancesco Giannini, Fabio Novembrini e Roberta Racis declinano nel contemporaneo l’iconografia della vanità in relazione al macro tema della crisi del nostro tempo. In un Eden immaginario, figure archetipe si perdono in sé stesse e, attraversando atmosfere cupe e devianti, scandiscono l’inesorabilità di un tempo funesto, morente”. 
Peccato poi che lo spettacolo prenda avvio: l’idea di partenza, nobilissima, non viene affatto “messa a terra” ma viene diluita piuttosto in scelte stilistiche (e soprattutto sceniche) che allontanano la compagnia – e con lei gli spettatori – dal cuore del progetto. Accade poco, in questo spettacolo senza inizio e senza fine (il pubblico entra che l’azione è già avviata ed esce quando l’azione si ferma, si congela con uno degli artisti completamente nudo sul boccascena) in cui le riprese di diretta – effettuate da una piccola telecamera a mano – che si soffermano sui particolari corporei dei tre artisti annacquano il potenziale – che si intravvede – del lavoro. La presenza dei video – utilizzati magistralmente (anche) dai Motus circa 20 anni fa ma che oggi non hanno più quella forza comunicativa – e delle didascalie proiettate sopra il palco, così come un teschio dal sapore scespiriano e due vassoi di frutta, rendono Vanitas un lavoro autoreferenziale, coerente con il titolo scelto per essere presentato a un pubblico.

È andata meglio con Pas de deux di Anna-Marija Adomaityte, presentato sabato 6 luglio nella palestra dell’ITC Molari: qui perlomeno l’intenzione diventa atto. In scena, assolutamente minimalista (un tappeto blu e basta), una coppia di giovani esegui alcune figure di danza. Una proposta tutto sommato elegante, che “spinge” sull’affaticamento del corpo, sul sudore, sulla ripetitività dei gesti (con alcune variazioni).   

Liryc Dela Cruz, nello spettacolo Il Mio Filippino: The Tribe proposto al C’Entro Supercinema, cerca di raccontare (a piccoli tratti riuscendoci) l’archetipizzazione dei personaggi delle isole asiatiche che l’Occidente ha stereotipizzato: dopo 15 minuti di video sulla storia del Paese – il timore che si trattasse di un docufilm, dopo 10 minuti, era presente in più spettatori -, con l’alzarsi del sipario ha preso avvio l’azione con tre performer impegnati a piegare e a contare, in lingua inglese, una montagna di sacchetti di plastica davanti a un fondale in cui sono stati appesi – questa l’impressione dalle poltrone – una serie di pezzi di carne. Apprezzabile se visto in un’ottica di teatro sociale, di denuncia, dal punto di vista drammaturgico lascia più di qualche dubbio.        

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