Home Notizie del Giorno Visto per voi al teatro Galli: “La locandiera” diretta da Antonio Latella

Visto per voi al teatro Galli: “La locandiera” diretta da Antonio Latella

da Alessandro Carli

Scelta piuttosto “novecentesca”, quella operata dal regista Antonio Latella che per la sua Mirandolina, la protagonista de “La locandiera” di Carlo Goldoni, ha deciso di “tradire” l’allestimento originale – che è del 1752 – per “trapiantarlo”, trasportarlo in un periodo più vicino a quello contemporaneo, quello di Arthur Miller e di Tennessee Williams (Latella, va detto, non è nuovo a queste operazioni e il tempo e la critica gli hanno dato ragione). La scena, piuttosto minimalista, si apre su un interno anni Cinquanta o Sessanta – un fondale in legno chiaro, forse abete, sormonta un tavolino semplice, una cucina altrettanto semplice e una pedana, posizionata sulla sinistra rispetto alla platea che “funge” da ingresso – in cui recitano personaggi “agghindati” in maniera piuttosto “contrastata”. Ne sono esempio l’accostamento cappotto-infradito del Cavaliere di Ripafratta ma anche gli outfit “bizzarri” del marchese di Forlimpopoli e del conte d’Albafiorita.

Un teatro Galli di Rimini gremito e attento, il 7 novembre, ha ridato il “benvenuto” a un testo-cardine della letteratura italiana che da qualche lustro, purtroppo, non viene più frequentato: ed è un peccato sia per le scuole – vedere in scena un testo aiuta ad avvicinarsi ad un autore – che per la grande attualità dell’eroina goldoniana, interpretata da una convincente Sonia Bergamasco (foto: Gianluca Pantaleo), ottimo “pernio” su cui girano, come api, i tre uomini che le ronzano attorno con motivi e approcci piuttosto diversi: il marchese, il conte e il Cavaliere. Dopo averli sedotti e conquistati, Mirandolina, alla fine delle due ore e mezza con intervallo della mise en scène, sposa il cameriere Fabrizio.
Quello che interessa maggiormente al regista non è tanto il gioco dell’innamoramento e i percorsi di partenza dei tre uomini – il primo è un aristocratico caduto in disgrazia, il secondo un rampolletto che ha comprato il titolo, il terzo un acido misogino – ma piuttosto lo spirito femminista (e contemporaneo, come la scenografia e i costumi dello spettacolo, per nulla settecenteschi: scelta che non ha entusiasmato tutto il pubblico) della protagonista. E sono proprio le tre donne del testo le vere protagoniste, le “maschere” più marcate: oltre a Mirandolina, le ottime Ortensia (Marta Cortellazzo Wiel) e Dejanira (Marta Pizzigallo), le due commedianti che Latella ha preso in prestito da “I Giganti della montagna” di Pirandello (ma l’impronta del Nobel di Girgenti è marcata anche nel secondo atto quando Mirandolina, seduta sul boccascena, dando le spalle al pubblico si mette a “osservare” il “gioco delle parti” degli innamorati) e che ha “caricaturato” in maniera piacevolmente manieristica.  

Le “licenze poetiche” del regista sono quasi tutte funzionali allo spettacolo: dagli abiti alle musiche (non male “The Real Slim Shady” di Eminem) così come la scelta di “far friggere” i nove neon che illuminano la “stanza della tortura”, mentre non sono del tutto convincenti l’omaggio al film “Harry ti presento Sally” (circa a metà spettacolo Ortensia imita la celebre scena di Meg Ryan e del suo finto climax) e i tre baci sulla bocca che si scambiano Mirandolina e il nobile misogino, le due “commedianti” e due uomini.   

Ad un primo atto davvero convincente (meravigliosa la chiusa con Mirandolina svenuta e due uomini che suonano al suo capezzale) fa da contraltare un secondo atto meno armonioso, meno incisivo, meno dettagliato, meno legato al primo atto. Quasi fosse un altro spettacolo. Un “inciampo” comunque risolvibile: il lavoro ha debuttato a metà ottobre e quindi è ancora fresco, nuovo. Le repliche, com’è noto, aiutano sempre a oleare la macchina. Una macchina con molti cavalli (di razza: il cast è davvero di alto livello) che deve solamente limare (o sintonizzare, rimodulare) gli ultimi 45 minuti di rappresentazione. Perché questa locandiera è – probabilmente – quella che avrebbe messo in scena Carlo Goldoni se solo Carlo Goldoni fosse nato nel Novecento. Senza, ovviamente, qualche lazzo.     

Sipario (di velluto rosso).

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