Home Dal giornale IAM: imballaggi per gli alimenti, come ci si deve comportare

IAM: imballaggi per gli alimenti, come ci si deve comportare

da Mirkare Manzi

Maggio, tempo di picnic e di qualche pasto all’aperto con gli amici e con i parenti (meteo permettendo). Come comportarsi con gli imballaggi?

Davvero tutto quello che crediamo sia “corretto” in realtà lo è?

La mia risposta è “spesso ma non sempre”.

Con grande frequenza le abitudini che vengono coltivate in casa o negli ambienti di lavoro poi vengono replicate anche durante le “mangiate” che il pittore francese Claude Monet definirebbe “en plein air”. Parto quindi dall’inizio, ovvero dalle abitazioni private o dalle pause-spuntino in azienda, dai luoghi di “partenza” dei modi di fare e agire legati all’alimentare. Uno degli snack più “gettonati” sono di certo i vasetti di yogurt, magari magro: una volta finito, molte persone lavano l’involucro sotto l’acqua. I più “precisini” ci danno anche una “passata” di sapone. Questa è un’attenzione poco virtuosa e ancora meno conveniente per l’ambiente: spesso quel vasetto di plastica, di piccole dimensioni, finisce – quando finisce – direttamente nella pressa degli impianti assieme ad altri rifiuti e finisce per produrre energia, quindi non viene differenziato o riciclato. E quindi risciacquarlo o lavarlo accuratamente è solo un dispendio di acqua e di sapone (che spesso inquina).  

In linea di massima va sempre bene differenziare, ma occorre anche trovare sempre un punto di equilibrio tra recupero, riciclo e spreco.

A livello industriale è più facile determinare se recuperare, riciclare o smaltire: gli imballaggi hanno dimensioni più voluminose e le attività di controllo e verifica – attività che IAM svolge per le aziende del territorio su chiamata – possono essere programmate senza problemi. Mi riferisco, in particolar modo, alle diverse tipologie di “pericolosi” e alle operazioni che richiedono una volta che hanno raggiunto la fine del loro “ciclo vitale”: lavaggio, separazione, eccetera.

Un’altra “pratica” che vedo fare con una certa frequenza è quella di “schiacciare” i rifiuti: bottiglie di plastica soprattutto, ma non solo. La riduzione volumetrica è sempre un gesto importante perché ridurre i volumi significa “alleggerire” in prima battura i trasporti e quindi, di conseguenza, “alleggerire” anche i costi di smaltimento.

Per i “cartoni” della pizza invece come ci si deve comportare? Il tema è molto “ambiguo”: non esiste una normativa ferrea ma ci si deve affidare alla propria sensibilità.

Per me, visto che il cartone è recuperabile, va “recuperato”. Se viene gettato nell’indifferenziata finisce in discarica o nell’inceneritore mentre se viene “ripulito” – e per “ripulito” intendo privato delle croste della pizza, dei pezzi di pomodoro e mozzarella (e degli altri condimenti) – può essere recuperato.

Qualche macchia “rossa” non inficia il recupero: pensate solo che per “recuperare” la cellulosa delle riviste cartacee – riviste che devono essere rigorosamente “sbiancate” – il processo è più impegnativo e faticoso.

Finisco con il tetrapak, un poliaccoppiato. Ci sono aziende che lo lavorano e altre no, nel dubbio comunque è sempre meglio metterlo nella carta.    

Forse potrebbe interessarti anche:

Lascia un commento