Home categorieCultura Visto per voi a teatro: “Il Terzo Reich” della Societas

Visto per voi a teatro: “Il Terzo Reich” della Societas

da Alessandro Carli

L’ammonimento chiarificatore è appeso all’ingresso: “Il Terzo Reich” della Societas, ospitato al teatro Comandini di Cesena il 15 giugno e in replica al Bonci il 16 (poi passerà anche al Festival di Santarcangelo a luglio, ma all’aperto), è un’installazione e quindi va letta con l’alfabeto dell’installazione e non con quello del teatro. Un atto performativo, un’immersione in apnea in un liquido amniotico che sottende una ricerca straordinaria, solida e buia, ipnotica e dettagliata (una cifra stilistica che accompagna tutti i lavori della straordinaria compagnia cesenate) in un magma incandescente ed estraniante di parole. Tante, tantissime: 12 mila sostantivi uno diverso dall’altro, sparati a velocità centrifuga su un megaschermo posto davanti al fondale, che entrano negli occhi e lì rimangono.

Cinquanta minuti che martellano gli organi di percezione – lemmi che diventano ossimoricamente materici e che si muovono, e quindi diventano vivi, su un tappeto sonoro creato da Scott Gibbons – per un viaggio drammaturgicamente alto, criptico, devastante.

Romeo Castellucci sembra (ri)partire, almeno dal punto di vista dei costumi e delle atmosfere, da “The Cryonic Chants” (spettacolo realizzato oltre dieci di anni fa dalla Socìetas Raffaello Sanzio), privato però dei petali: anche qui appare una e una sola “Signorina Rottermeier” (Gloria Dorliguzzo nella foto di Lorenza Daverio), chiamata a “introdurre” lo spettatore nel viaggio messianico e verticale nella Storia. Una Storia che si stacca dal solipsismo di Hitler: dopo il Sacro Romano Impero (Primo Reich) e l’Impero Germanico ricostituito nella seconda metà dell’Ottocento (Secondo Reich), questo “Terzo Reich” firmato da Romeo Castellucci sembra voler “ricreare” lo stesso effetto stroboscopico, il medesimo “lavaggio di cervello” ma attraverso strumenti diversi. Qui difatti lo straniamento e la “disciplina” avvengono sempre in maniera violenta e sempre lavorando sull’inculcazione di parole a martello che portano a convincere o a sfinire chi deve essere indottrinato, ma con un obiettivo più alto: quello di far capire che non serve un regime per ipnotizzare l’uomo. La scena si apre con una donna vestita di nero che prende tra le mani lo scheletro di un rettile preistorico (o la spina dorsale di un essere umano) che poi lascia sul proscenio per dedicarsi all’accensione di una candela (di speranza o di preghiera). È il coro antico della tragedia greca, l’annuncio. Finito il suo compito, con un mulinare di mani e di braccia, la ragazza si fa inghiottire dal buio, nell’unica feritoia lasciata dallo scontro tra il bianco (la presenza di tutti i colori) e il suo contrario, il nero, l’assenza di colore. Il megaschermo inizia a riempirsi di parole che appaiono e scompaiono a velocità sostenuta, ritmate dalla musica: sostantivi che diventano, nella loro alternanza, movimento. Parole uniche e mai ripetute che si diventano, a seconda delle sillabe, visivamente vivaci: lo schermo le fa oscillare come una fisarmonica, come un pendolo orizzontale, come dentro a una lavatrice. Le vedi, ti sfuggono: non è importante afferrarle con la mente ma solo con gli occhi. Poi il delirio si quieta, si fa sussurro, lentezza. Ammonimento. Riposo. La quantità vertiginosa di lettere provoca una “meravigliosa” alienazione: i totalitarismi, in fondo, sono iniziati così, con la necessità di spegnere le menti pensanti.

Forse potrebbe interessarti anche:

Lascia un commento