Home categorieCultura Visto per voi al teatro Galli: “Il grande silenzio” diretto da Gassmann

Visto per voi al teatro Galli: “Il grande silenzio” diretto da Gassmann

da Redazione

In poco meno di due ore e mezza (compreso un intervallo) l’opera nasce, vive e piacevolmente si compie.

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di Alessandro Carli

 

RIMINI – Piacevolmente classico per durata e scenografia, Il silenzio grande, passato sulle assi del Galli di Rimini da giovedì 20 a sabato 22 febbraio ha riportato (finalmente!) la platea verso un teatro denso e pulito in cui la storia raccontata – bellissima e dolorosamente attuale – dialoga con un allestimento preciso e con i tempi, due atti corposi con intervallo. Si esce che la mezzanotte è vicina, e con le mani ancora calde per gli applausi: merito degli attori, su tutti Massimiliano Gallo (sua la parte del protagonista, lo scrittore Valerio Primic) e Monica Nappo (Bettina, la cameriera, davvero bravissima), ma anche di Stefania Rocca (tutto sommato ben calata nella parte di Rose, la moglie) e degli interessanti Paola Senatore e Jacopo Sorbini (i figli della coppia; quest’ultimo abilissimo a caratterizzare, con mossette del corpo e una vocetta macha, l’omosessualità del ragazzo).

L’intercalare dei personaggi – nonostante il cognome della famiglia, che potrebbe portare verso la Jugoslavia – accompagna il pubblico a Napoli. La stanza della tortura, il luogo in cui si svolge la vicenda, è lo studio dello scrittore, pieno zeppo di libri forse mai letti: servono a dare un tono all’autore, ad avere una certa credibilità. Soprattutto, e con immensa amarezza, ai suoi occhi. La prigione ben sigillata da un velo che è stato posizionato sul boccascena, parete ma allo stesso tempo tavola di scrittura su cui vengono proiettate, in chiusura, le immagini dei protagonisti.

Una storia vera di una famiglia come tante: un uomo, infelice nonostante il successo di vendite delle sue opere, una moglie che ama più la posizione sociale che la famiglia, la figlia Adele, che convive con il complesso di Elettra e si rifugia in relazioni con uomini più maturi sino a rimanere incinta, il figlio Massimiliano, che si tuffa in un progetto ambizioso, rilevare un teatro per aiutare un attore (e forse drammaturgo) di cui si è invaghito, e che rappresenta, de facto, la proiezione del genitore assente.

Potrebbe sembrare un testo pesante e invece, grazie alle intuizione del regista, alla densità della tristezza fanno da contraltare una serie di battute comiche che alleggeriscono – ma senza sminuirne il pathos – il progredire dell’azione.

In poco meno di due ore e mezza (compreso un intervallo) l’opera scritta da Maurizio De Giovanni e diretta da Alessandro Gassmann nasce, vive e piacevolmente si compie: non infastidiscono alcuni cliché dialogici, né tantomeno la fossilizzazione della scena (tra il primo e il secondo atto sono state ripulite le scansie su cui era stato riposti i libri): in fondo la vita è fatta spesso di luoghi comuni.

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