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Viaggio nello Yorkshire tra le sorelle Bronte e lo “Shakespeare’s Rose Theatre”

da Redazione

Una settimana (9-16 agosto 2019) nell’Inghilterra del Nord, tra pioggia, brughiera incantevole, incontri unici con persone e cervi.

Howard Castle 1

 

di Alessandro Carli

 

Lo Yorkshire è un cane. Lo Yorkshire non è solo una razza di quattro zampe: è molto di più, ma per capirlo devi avere al tuo fianco una persona che sa guardare anche per te. Che ti spiega, senza parlare, cos’è quella contea piantata tra Londra e la Scozia che di norma viene abbinata a un amico dell’uomo. Mi ci metto in mezzo anch’io, saggio ignorante di montagna: prima del 9 agosto quella regione era un batuffolo di pelo che abbaia, quando abbaia, una manciata di formaggi interessanti e poco altro. York, la città più importante, era solo la contrazione della Grande Mela, l’anima più vecchia. New York è celebre: è una fatamorgana, il sogno dello zio Sam, la Coca Cola, Manhattan, Brooklyn, John Lennon ammazzato nel dicembre del 1980, le Twin Tower che si sgretolano davanti agli occhi del mondo, il primo grande dramma “fermato” dalle macchine fotografiche digitali.

 

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Laura ama Brontë. Adora i pistacchi verdi di Bronte ma ama le sorelle Bronte, Emily, Charlotte e Anna. Soprattutto la prima, Emily, l’autrice di “Cime tempestose”. Sognava da circa 20 anni di recarsi ad Haworth per camminare e conoscere il paese delle tre ragazze, le brughiere che fanno da sfondo e orizzonte alle loro “novel”. Realizzare un sogno è un onore. È un impegno, una forma di amore e di rispetto: guardare e vedere anche con altri occhi, nuovi, con i silenzi, con i sorrisi che riaffiorano quando immagini per una vita un luogo e d’improvviso diventa materico, odore di pioggia e di erba bagnata, di scarpe zuppe di fango, di guance bagnate, di profili che si stagliano sulla vetta di una collina avvolta dalle nuvole inglesi. Una promessa di acqua dal cielo che scende, lava e fa nascere la natura.

 

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A confronto del suo amore per le Brontë’s sisters la mia passione per l’Alice di Lewis Carroll è figlia di un Dio minore: possiedo circa 40 edizioni, in diverse lingue e di diversi anni, ma non si avvicina alla dedizione e alle attenzioni che lei dedica a quelle parole cucite come un paltò per ripararsi dal freddo della brughiera.

 

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Il volo Ryanair che si stacca dall’aeroporto di Pisa in direzione Leeds – Bradford si muove con quasi due ore di ritardo. In Italia fa caldo, l’afa si incolla alla pelle come un vestito di scena. Non sappiamo, io e lei, cosa ci aspetterà in Inghilterra. Quando ho messo a fuoco – nell’agosto del 2018, a St. Just, cornino estremo della Cornovaglia, avamposto sull’Oceano – che dodici mesi dopo sarei voluto andare nello Yorkshire non conoscevo Laura. Immaginavo un viaggio solitario, volo e macchina. Un viaggio allegro, curioso, possibilmente fresco. York come prima tappa e poi via verso la costa dell’Est, i boschi verdi del North York Moors National Park, paesi piccoli che conosce solo il Tom Tom, i pub in mezzo al nulla più vero e reale.

Lei invece mi ha orientato. Mi ha proposto l’Oriente inglese, che poi non è un Oriente oggettivo ma solo soggettivo: di certo è più a Est rispetto alle terre che avevo visto nella mia mente e che avrei voluto camminare quando, dopo una pioggia straordinaria a Marazion (la versione british del Monte di Saint-Michel in Normandia) e due pinte di birra in un piccolo pub accogliente di St. Just la sera, la voce della Regina Elisabetta II mi aveva spinto a considerare, in prospettiva “dodici mesi”, anche lo Yorkshire.

 

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Dieci metri separano l’aereo dall’ingresso dell’aeroporto. Piove come solo la pioggia inglese sa fare: bastano dieci passi e le scarpe sono uno stagno, i capelli una doccia, la t-shirt una riserva d’acqua. Ci dirigiamo verso il “Center Rent Car”: prima di partire ci siamo rivolti a Hertz per avere un’automobile che ci permettesse di essere indipendenti. La prima tappa è York: tre notti al “The Sycamore Guest House”, una struttura gestita da una coppia straordinaria, Spyros ed Elisabeth. Lui è greco, lei inglesissima. Spyros ci racconta che ha hanno tre figli sparsi per il mondo, che lavorano e vivono lontani dai genitori. “York is very expensive” ci dice mentre serve la colazione. Molto costosa. Ad aprile io e Laura siamo stati a Londra, i prezzi di York non spaventano. Poi ci fa vedere sul telefonino le foto di famiglia e un video in cui balla una danza greca. È stato in Italia, conosce Firenze, Napoli e Milano. Sa poco di Rimini. Gli spieghiamo che si trova sulla costa Est dell’Italia, più o meno all’altezza di Bologna. La prima giornata, o quel che resta, la dedichiamo alla ricerca di un pub dove cenare. Siamo arrivati a York alle 18.30, un po’ stanchi: annusiamo la città con la pancia piena e poi, il giorno dopo, con calma penseremo a visitarla.

 

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Tra i modi infiniti che ha l’amore per manifestare la sua morbida dolcezza, la condivisione degli attimi – quelli che accadono quando non servono le parole – è la più sincera e alta. Ci si può dire “ti amo” tutti i giorni ma quello che rimane è sempre e solo l’intimità di un’emozione vissuta assieme. Unica, come le vite di chi vive e che è lì, in quell’attimo, pronto a accogliere uno sguardo.

 

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Laura è una viaggiatrice inconsapevole: non è un’offesa ma un complimento. Lei in passato è stata in vacanza ma non ha mai affrontato un viaggio. Eppure ha metabolizzato tutto quello che serve: ha una mente organizzata e organizzativa e vive con densità ogni novità. Prima di partire ha provveduto a creare un “programma” di “cose da fare” perfettamente fattibile, calcolo delle distanze, tempi di percorrenza, permanenza e bellezza. Io ho solo l’esperienza da proporle, esperienza fatta sul campo e lungo le strade, che nei fatti è poca roba. Ho imparato a guidare “dall’altra parte” grazie a tre amici, Johnny, Livio e Michele (in ordine di tempo). Con loro ho percorso la Cornovaglia, il Galles, l’Irlanda del sud e la Scozia. Ci siamo persi, abbiamo sbagliato strada, abbiamo condiviso il cambio della macchina a sinistra, le rotonde da fare al contrario, le stradine strette di campagna, i rifornimenti, innumerevoli birre a cascata che vengono servite a temperatura ambiente e tanta ma tanta pioggia. E soprattutto l’abolizione del clacson. Non serve far rumore ma solo rispettare le precedenze. Insomma, ho fatto pratica. Se vuoi vedere la Gran Bretagna lo devi fare da inglese e non da italiano.

 

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Il 10 agosto partiamo dal camminamento di crinale lungo le cinta murarie di York. Ci si impiega più di un’ora. Tra la Guest House e l’inizio del percorso si deve attraversa un parco che conserva le rovine di una abbazia dedicata a Maria. Piove, grazie al cielo: temperatura attorno ai 14 gradi. Ci proteggiamo con felpe, sciarpe e una cerata. Decidiamo di conoscere la città con il sesto senso, quello più vero, quello che ho sviluppato meglio: quello dei piedi. York è una scoperta che abbaglia gli occhi, è bellissima, camminabile, elegante, verde, viva, serena. Un giorno intero per accarezzarla assieme, tenendoci per mano: solo così sa che i nostri propositi sono candidi e sorridenti. La sera ci aspetta il Bardo: allo “Shakespeare’s Rose Theatre” danno “Hamlet”. Esperienza unica, talmente unica che la sera dopo ci torniamo per “La dodicesima notte”.

 

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La mattina dell’11 agosto piove. Colazione continentale e macchina: destinazione Howard Castle. L’esordio è strepitoso: Laura è inconsapevole di essere una viaggiatrice e vorrei dirle che è partita con il piede giusto, che il Castello è magnifico, che il parco è un respiro per il cuore, ma preferisco vederla incantarsi davanti ai panorami. Lei non è mai stata in Inghilterra anche se nella sua testa, nei libri che ha letto, l’ha già percorsa più volte con la fantasia. Molte più volte di me. Si siede e capisco che vuole stare da sola a pensare. Distende i suoi occhi verso il verde infinito, i miei invece si limitano alle mucche al pascolo. Le donne hanno una capacità straordinaria nell’abbattere gli orizzonti, a guardare un po’ più in là. La visita al Castello della famiglia Howard è un viaggio nello sfarzo nobile del passato, un immaginare di essere un cavaliere o un eroe del tempo, vestito con eleganza. Gli spazi sono definiti, il mobilio curato, le opere d’arte sono un libro aperto che contiene immagini di personaggi e campagne. A differenza degli italiani, gli inglesi non si vergognano del loro passato, anzi, ne vanno orgogliosi.

 

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Per arrivare ad Harrogate bisogna passare per Knaresborough. E anche questa volta Laura ha captato e mi ha proposto la bellezza. “Sboro” è essenzialmente un ponte e un fiume, e un castello che lo guarda dall’alto. Davanti al castello incontriamo una donna anziana che fa l’addestratrice di corvi e sentiamo parlare in italiano: la “colpa” è di due ragazze che come noi hanno deciso di visitare il luogo. A pranzo il cielo si apre e il sole – timido ma deciso – illumina la visione. I colori si accendono, il verde dell’erba brilla, i corvi sembrano gabbiani.

 

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Harrogate è una città termale e tutto è in funzione di un turismo “anziano”. I negozi chiudono alle 17, due solamente sono i pub che rimangono aperti sino alle 23. The Kimberley Hotel è a 10-12 minuti a piedi dal centro: stanza grande, colazione a buffet. Incontro, tra le proposte, l’haggis, una specialità che ho conosciuto in Scozia. Il sapore è sempre quello: sa di Scozia.

Ci accordiamo sulla qualità della città (che va bene solo per dormire) e pensiamo ai posti da vedere il giorno dopo. “Fountains Abbey” è un luogo incredibile: è un monastero cisterciense in rovina, fondato nel 1132, una perla incastonata in un parco immenso. A Ripley Castle – seconda tappa della giornata – incontriamo un gruppo di cervi ai margini del bosco. Avverto nella testa Fabrizio De André quando cantava di “Geordie” e del furto per amore, i cervi esistono e sono bellissimi.

Prima di rientrare ci concediamo anche il “National Trust Brimham Rocks”, un parco pieno di rocce e di famiglie. Impatto medio, solo camminando apprezziamo la sua profonda e rocciosa bellezza.

 

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La distanza che separa Harrogate da Haworth si copre in circa 40 minuti di guida prudente. Il viaggio ha raggiunto la destinazione del cuore, il motivo della meta, il suo significato più vero.

“The Apothecary Guest House” – la nostra scelta per il pernottamento – si trova davanti alla chiesa, in posizione centralissima. Pranziamo sui gradini umidi di pioggia e poi entriamo nel “Brontë Parsonage Museum”, la casa delle tre sorelle. Ad Haworth tutto è dedicato a loro, persino le birre. Il museo non delude le aspettative: una casa in stile georgiano piccola e piena di storia, di solitudine, di venti del Nord che spazzano e spezzano il cuore. Heatcliff. Laura mi chiede chi voglio essere. Le rispondo “Heatcliff”, e lei sorride. Poi inizia la visita, lei fa le foto, mi racconta che sul tavolo della sala è stata incisa la lettere “E” di Emily e mi parla di passioni che spezzano il cuore, di vette altissime, “Cime tempestose” di baci e addii, di amori che hanno sfidato le intemperie, di camminate solitarie. Al book store acquista due libri: nei suoi occhi c’è l’immagine di un sogno sognato che all’improvviso è diventato realtà. Sono felice per lei, i sogni esistono perché è bello che si trasformino in memoria da custodire e portarsi a casa, e lì farli diventare ancora una volta vivi. Sono felice perché lei è felice. Perché è lì, perché è presente e dentro di sé rivede le immagini che i libri le hanno fatto fiorire, suggestioni che le sono entrate nel cuore attraverso gli occhi. Parole scritte nel 1800 che hanno superato il tempo, che si sono bagnate di attesa, e che si slanciano verso il futuro. Non ho letto “Cime tempestose” ma lì, in quel preciso momento, mi ha fatto un dono immenso: mi ha fatto capire cosa significa per lei quel libro, quelle descrizioni, quei dipinti tratteggiati non con un pennello ma con la forza della parola scritta. Da Emily, una donna come lei, più o meno coetanea di Laura, e che ha scelto di dare voce al cuore e ha deciso di avere un nome.

 

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Nella chiesetta di Haworth un uomo suona un pianoforte, o forse un organo. è fermo davanti alla cappella della famiglia Brontë e accenna un’aria. Laura riconosce “The phantom of the opera”. Si sorridono anche se non si sono mai visti prima.

 

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“Top Withens” dista circa 4 km da Haworth. Il cielo è coperto, scegliamo di percorrere parte della distanza in macchina. Ci perdiamo. Fermiamo due ciclisti e chiediamo indicazioni. Gentilissimi, ci spiegano che dobbiamo tornare indietro. Uno di loro, un neozelandese, pensa che siamo francesi ma poi capisce che siamo italiani. È stato in Trentino e sul Lago di Garda, lui e i suoi amici, per vedere le bellezze del Paese non correndo ma alla velocità di un colpo di pedale. Arriviamo al parcheggio e dopo cinque minuti sono lì con noi: volevano sincerarsi di essere stati chiari ed esaustivi. Si cammina lungo una strada bianca, poi si va per prati. Piove e le eriche viola accompagnano il nostro cammino. Cerata, felpa, pantaloni bagnati, scarpe zuppe. Due ore di cammino in silenzio, Laura è una amazzone che allinea passo dopo passo, e in lei rivedo la fierezza delle donne di montagna, delle mie cime, quelle di Asiago. Donne solide, che non si preoccupano se i capelli si arricciano a causa dell’umidità. Ha una essenzialità tutta sua, precisa e retta come gli studi che ha portato a termine: “Ingegneria energetica e nucleare” a Bologna, che sono a nominarla verrebbe da togliersi il cappello. Non sente freddo né l’acqua copiosa che scende, mentre io mi aggrappo agli insegnamenti del nonno materno, l’alpino Gionson, e metto i piedi lì dove sembra il terreno sia più fermo. Lungo il sentiero incontriamo le pecore dal muso nero che ci osservano e poi scappano. La pioggia parla, racconta di quei luoghi camminati dalle sorelle, e si alterna al respiro cadenzato e ritmato dei passi. “Top Withens” appare alla fine, in cima alla montagna. Alle volte basta l’incontro di sguardi, i suoi e quelli della casetta fatiscente. Tra di loro solo pioggia e una dichiarazione d’amore. La vista rimbalza tra le gocce, fa i salti, prende curve che sembrano ellissi ma alla fine fanno centro. Si incontrano e si riconoscono. Laura si sente di appartenere a questa terra. Me lo dice mentre ritorniamo verso la macchina: “Mi sento a casa”. In queste quattro parole c’è la verità del viaggio: il ricongiungimento con un luogo della memoria letteraria che ha fatto sua e la consapevolezza di “riconoscersi” nonostante non sia mai stata lì prima. Ascolto e la osservo e ripenso al primo complimento che le ho fatto quando l’ho vista per la prima volta davanti al teatro “Galli” di Rimini in una sera d’inverno: “Sei una ragazza inglese”.

 

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Bolton Abbey, 37 minuti da Haworth, è un parco per famiglie con bambini. Si supera il ponte e si cammina lungo un sentiero che fiancheggia il fiume. Prove per bambini, dal tubo alla rete di corde, poi un percorso di equilibrio sui tronchi di legno e qualche scivolo. Skipton Castle invece viene tagliata in due fette. Il Castello rimane nel diario di viaggio perché l’attenzione ricade in una via di negozi adiacente alla costruzione turrita e sapiente. Una via coperta dal sapore un po’ francese, fatto di negozietti particolari e pieni di gusto.

 

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L’ultima cena è senza Leonardo da Vinci. Davanti alla Guest House che ci ospita – sette o otto metri dalla finestra della camera – si trova il pub “Black bull”. Entriamo, anche perché la sera prima, in un locale adiacente, abbiamo mangiato mediamente e con “l’imbuto” (la cucina chiudeva alle 19.30) ma bevuto benino: il pub offre le birre a cascata delle “sister”. Io mi dirigo su Anna, la sorella meno celebre. Mi piacciono le persone che stanno in seconda linea, quelle che ascoltano e imparano. E mi piacciono i nomi che iniziano con la “A”, come il mio. Le sento vicine. Emily ci dicono che non c’è: il fusto è vuoto. Laura sceglie Charlotte, una “ale” scura.

Davanti al “Black bull” incrociamo un cartellone indica che lì dentro è custodita la sedia su cui stava Branwell, il fratello delle sorelle Brontë quando andava a bere. Il “fratello nell’ombra”, probabilmente alcolizzato, di certo profondamente infelice. Ordiniamo “food and drink”, ci serve una ragazza che è un vulcano di energia e sorrisi. Assomiglia a Lindsey Vonn, la sciatrice, ma è più inquartata e piena di tatuaggi. Gestisce da sola il pub e riesce a fare tutto. L’essenza della praticità in un condensato di educazione e ospitalità sincera.

 

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In macchina non si parla. La mattina del 16 agosto è dedicata al ritorno. Il viaggio è finito. Tom Tom acceso, direzione “Aeroporto Leeds – Bradford”. Laura guarda fuori da finestrino, quasi volesse abbeverare gli occhi di un ultimo sorso di verde e di pace. Avverto una sottile malinconia nel suo sguardo, quello spleen che senti quando lascia qualcosa che ti è piaciuto. Lo leggo come un ringraziamento allo Yorkshire. Che, e ne ho la certezza assoluta, non è una razza di cani. Non solo.

 

 

Ripley Castle

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