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Visto per voi a teatro: “White rabbit red rabbit” di Marina Massironi

da Redazione

Realizzato con profonda capacità dall’attrice per una sola replica, quella al “Rosaspina” di Montescudo, l’esperimento è un salto nel buio che strizza l’occhio a Lewis Carroll (ma solo nel titolo).

Massironi Marina

 

di Alessandro Carli

 

(Didascalia esplicita: “White rabbit red rabbit” portato sul scena al teatro “Rosaspina” di Montescudo domenica 10 febbraio da Marina Massironi non è uno spettacolo bensì un esperimento, quindi quello che seguirà non sarà una recensione ma solamente una riflessione).

 

Il titolo non può lasciare indifferenti. Mai. “White rabbit red rabbit” è più o meno il dubbio che ha dovuto risolvere Alice (“Da quella parte” disse lo Stregatto, e fece un cenno con la zampa destra “abita il Cappellaio. Dall’altra” e fece segno con la zampa sinistra “abita la Lepre Marzolina. Puoi far visita a chi vuoi; sono pazzi tutti e due”. “Ma io non ho nessuna intenzione di andare fra i pazzi!” rispose Alice un poco risentita. “Ah, non ne puoi fare a meno!” disse lo Stregatto) dopo l’incontro con il violaceo micione. Sarebbe facile non scegliere, o rispondere solamente alla fine. Non la pensa così Marina Massironi, né tantomeno Nassim Soleimanpour, drammaturgo iraniano che nel 2010, quando aveva meno di 30 anni, ha scritto il testo.

La mancanza di un “copione” – anche se in realtà esiste un canovaccio, e piuttosto preciso – e di una regia non è un a-testo o una a-regia: la lettera a è pur sempre la prima vocale dell’alfabeto. E sempre la stessa lettera è la terza vocale che si incontra nel titolo di questo esperimento realizzato con profonda capacità da Marina Massironi per una sola replica, quella al “Rosaspina”.

Il testo è un salto nel buio. È esattamente quello che fa Alice quando insegue il “White rabbit”, il Bianconiglio. Una busta sigillata, un copione mai provato, un tavolo e due bicchieri sono le uniche certezze che ha l’attrice (ma non il pubblico: lui conosce bene la bravura di Marina Massironi e l’ha omaggiata con un sold out). L’hic et nunc quindi nella sua accezione meno replicabile: quello dell’accadimento unico. Quello dell’unicità dell’esperimento. Ovviamente nulla c’è di Lewis Carroll. Ovviamente c’è, però, il contemporaneo, quella necessità dell’one shot secco che soddisfa la necessità di partecipazione del pubblico alla mise en scene di un non-spettacolo. Perché, e su questo non ci piove, “White rabbit red rabbit” è un a-spettacolo lì dove la a non è privativa ma la prima lettera dell’alfabeto.

Si sa che ci sono i conigli. Come in “Cappuccetto bianco” di Bruno Munari, il più leonardesco dei creativi italiani del Novecento, i conigli non si vedono, forse perché sono ricoperti dalla neve. O da una mano di bianco, anche se il bianco, soprattutto oggi, la mano ai conigli rossi non la dà.

Esperimento riuscito, anche nel finale. Ma non è importante raccontare cosa è accaduto sul palco, e nemmeno le risate e gli applausi del pubblico: il “White rabbit red rabbit” di Marina Massironi non farà altre repliche, quindi non serve recensirlo.

Tanto non sarà più possibile vederlo.

Peccato davvero, però…

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