Home categorieComunicati Stampa Revisione dell’IGR, la CSU ha consegnato la sua posizione

Revisione dell’IGR, la CSU ha consegnato la sua posizione

da Redazione

SAN MARINO – Nell’incontro di questa mattina sulla revisione dell’IGR, la CSU ha consegnato al Congresso di Stato la sua posizione scritta, fortemente critica, che si riporta di seguito.

In relazione al “Documento di indirizzo – Confronto sulla revisione della legge 166/2013 (IGR)”, il quale discende dall’articolo 44 della legge 147/2017, che abbiamo ricevuto nei giorni scorsi, siamo in primo luogo a sottolineare che la legge di riforma tributaria ha posto in essere alcuni punti di equilibrio molto complessi e delicati, che non possono essere modificati con una serie di interventi spot, finalizzati unicamente a fare cassa.

Inoltre, quanto contenuto nel cosiddetto documento di indirizzo, non ha nulla a che vedere con “la correzione e il riequilibrio del carico fiscale”; anzi, lo squilibra ulteriormente, caricando ancora una volta di tasse i lavoratori e i pensionati, e vanificando l’equilibrio in essere.

Sarebbe perciò del tutto inaccettabile modificare sostanzialmente e strutturalmente una legge approvata nel 2013 a seguito di un lungo e sofferto confronto, che determina la tassazione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, senza un adeguato dibattito a livello parlamentare e nel Paese.

Se si vuole cambiare la legge si abbia il coraggio di farlo con un’altra legge e non con il solito decreto blindato che frustra ogni tentativo di confronto democratico nel Paese e in Consiglio Grande e Generale.

Nel merito dei contenuti, vi significhiamo quanto segue.

1) L’obiettivo di perseguire il principio dell’equità, salvaguardando “un adeguato livello di competitività fiscale”, che vuol darsi questo documento di indirizzo, non trova nessuna realizzazione, in quanto le misure contenute si traducono unicamente in un mero aumento della tassazione per i lavoratori dipendenti e i pensionati. Aumento che riteniamo del tutto inaccettabile.

La prima ipotesi prevede aumenti delle aliquote per le persone fisiche, lavoratori e pensionati, dell’1% per gli scaglioni di reddito fino 10.000; dell’1% – 2% per gli scaglioni da 10.000 a 28.000 euro; del 2% – 3% per gli scaglioni da 28.000 a 38.000 euro; dal 3% al 5% per gli scaglioni oltre gli 80.000 euro.

Si tratta di aumenti importanti, in particolare per la fascia media di lavoratori dipendenti e pensionati (i quali sono la maggioranza). Come è noto, i redditi delle persone fisiche non lavoratori dipendenti, sono molto più bassi della media degli stessi lavoratori subordinati; pertanto, abbiamo ragione di pensare che a pagare sarebbero ancora una volta in larghissima parte i lavoratori e i pensionati.

La seconda parte del documento, dedicata agli interventi per allargare la base imponibile delle persone giuridiche e ai meccanismi di controllo del reddito d’impresa, è tutto un susseguirsi di semplici intenzioni e possibilità, la cui traduzione in azioni concrete ed efficaci è in larga parte tutta da dimostrare, ed il cui contributo economico al Bilancio dello Stato è solamente ipotetico. Per iniziare fin da subito a colpire, finalmente, le diffuse pratiche di evasione ed elusione fiscale, che rappresentano ancora il tallone d’Achille della legge 166 del 2013, occorre da un lato che l’Amministrazione pubblica si doti di strumenti certi per contestare, ad esempio, l’incongruità dei patrimoni familiari (mobiliari e immobiliari ovunque detenuti) in rapporto ai redditi dichiarati, e dall’altro che vi sia la certezza della pena. A tal proposito, bisogna abbassare sensibilmente la soglia oltre la quale scatta il reato penale, in quanto è il deterrente più efficace per combattere evasione ed elusione fiscale.

Per quanto riguarda la revisione delle deduzioni per le persone giuridiche, prima di esprimere un giudizio occorrerebbe conoscerne gli attuali effetti, ovvero chi (per categorie omogenee, distinte anche in fasce di utili dichiarati) e in quale misura ne beneficia.

2) Si ipotizza una ricognizione di tutte le spese deducibili e detraibili (prestiti prima casa, affitti, assistenza, spese sanitarie, ecc. ecc.), delineando un abbassamento o addirittura la cancellazione delle deducibilità, che rappresentano una forma di salvaguardia molto importante per i redditi di quelle persone che hanno necessità di una particolare attenzione sociale e che sono più bisognose di aiuto. Non ci pare per nulla che questo sia un intervento equo, ma una misura ingiusta che respingiamo.

3) Si ipotizza quindi “l’uniformazione della quota di abbattimento sui redditi da pensione dei soggetti residenti a quella attualmente prevista per i redditi da lavoro dipendente” (abbattimento forfettario del 7% sino a 2.800 di reddito). Siamo alla più totale confusione. Si vuole cancellare per i pensionati la quota di abbattimento del 20% e lasciare solo quella del 7%? Anche questa ipotesi ci vede nettamente contrari.

Peraltro, nell’ipotesi di modifica della legge pensionistica si ipotizza una diversa modulazione della quota esente del 20%; non si capisce se tali interventi si sommeranno, o se uno sostituisce l’altro. Inoltre, il documento presentato dal Segretario di Stato per la Sanità e Sicurezza Sociale prevede che detto eventuale intervento andrebbe a beneficio dei fondi pensione e non del Bilancio dello Stato.

4) Per i lavoratori frontalieri viene riproposto tout court l’abbattimento della detrazione del 7% (fino ad un massimo di 2.800 euro) e della no tax area. In sostanza, si tratta della riproposizione pura e semplice della tassa etnica!!! La motivazione secondo cui tali lavoratori già usufruiscono di una deduzione analoga nel loro paese di residenza, non può assolutamente giustificare una tassa che la CSU ha già definito odiosa, vergognosa e inaccettabile quando fu varata per la prima volta nel 2010.

Pensare di riesumare un provvedimento iniquo e discriminante, che crea una profonda disparità di trattamento tra lavoratori unicamente in base al luogo di residenza, sarebbe un atto del tutto indegno per un paese civile, che creerebbe anche frizioni sul piano diplomatico nei confronti con lo Stato italiano; un paese con il quale è senz’altro meglio intrattenere e ricostruire buone relazioni.

La legge 166 del 2013 aveva ristabilito la giusta parità di trattamento tra lavoratori residenti e frontalieri; non potremo mai accettare passi indietro! I lavoratori, una volta entrati nel mondo del lavoro sammarinese, devono avere tutti lo stesso trattamento, indipendentemente dallo Stato di residenza!

Sarebbe giusto invece attuare tale provvedimento nei confronti dei dipendenti che sono soci di persone giuridiche con partecipazioni non minoritarie; spesso si rileva che vengono dedotti dal reddito d’impresa una serie di beni che sono utilizzati anche a scopo personale.

5) Altra ipotesi inaccettabile prevede la revisione delle quote documentate attraverso l’utilizzo della Smac per ottenere l’esenzione, mantenendo una quota ipotizzata del 75% di spese effettuate; ciò, allo scopo di aumentare l’ammontare delle spese da sostenere attraverso la stessa Smac.

In tal modo, per una retribuzione media la quota di deduzione Smac passerebbe da 4.500 a 6.000 euro, mentre la quota massima di 9.000 arriverebbe a 12.000 euro. Ciò comporterebbe il significativo aumento delle spese deducibili da sostenere a San Marino, tenendo conto che nel nostro Paese i prezzi sono nettamente ed oggettivamente più alti rispetto al circondario. In particolare, i prodotti alimentari – ovvero i beni di prima necessità – subiscono costantemente aumenti più che doppi, con riferimento al Comune di Rimini, e di questo le imprese del settore non hanno mai fornito alcuna giustificazione, e non c’è mai stato un reale controllo sull’andamento dei prezzi con un confronto con le zone limitrofe.

Tale misura si configura come un limite al diritto di ogni cittadino di potersi rivolgere al libero mercato.

Anche questa è un’altra misura penalizzante per i lavoratori e pensionati, che andrebbe invece solo a vantaggio di categorie che verosimilmente non hanno mai fatto il loro dovere di fronte al fisco, stanti i miserrimi redditi dichiarati.

6) Rasenta la follia, poi, l’obbligo per tutti i datori di lavoro di pagare le retribuzioni attraverso bonifico bancario e solo su conti correnti di banche sammarinesi. Si tratterebbe di una coercizione da Stato autoritario che mina alla base la libertà di ognuno, aziende e lavoratori, di usare gli strumenti tracciabili che il mercato offre per concludere la transazione economica alla base del rapporto di lavoro.

In definitiva, questa serie di ipotesi vanno in una direzione nettamente contraria al principio di equità sostenuto con forza dalla CSU. È evidente che i 10/12 milioni di euro di entrate previsti nel Piano Nazionale di Stabilità con la revisione delle norme sull’IGR, verrebbero prelevati unicamente dalle tasche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, che hanno la sola colpa di avere un reddito fisso e certo.

I lavoratori e pensionati hanno già subito un significativo aumento della tassazione con la riforma fiscale del 2013, che hanno sostanzialmente accettato con forte senso di responsabilità, ma anche nella prospettiva – delineata dalla stessa legge – che anche altre categorie sarebbero state chiamate a contribuire al fisco in maniera realmente corrispondente alla propria forza economica e patrimoniale. Ma questo obiettivo di equità non è mai stato realizzato, lasciando la riforma del 2013 una legge incompiuta, con un gettito fiscale tuttora nettamente sbilanciato sulle spalle dei lavoratori subordinati e pensionati.

Anche questo intervento, che avrebbe dovuto correggere questa stortura, va invece nella direzione opposta.

Pertanto la CSU respinge gli interventi ipotizzati da questo documento; al contempo, continua a rivendicare l’adozione in tempi rapidi di una serie di iniziative concrete che, nel combattere l’elusione ed evasione fiscale, consentano finalmente l’accertamento dei redditi di tutte le categorie, al fine di incrementare le entrate dello Stato, consolidare le risorse per lo stato sociale e realizzare più elevati obiettivi di equità sociale e fiscale.

Se l’Esecutivo dovesse decidere di procedere con l’approvazione di tale provvedimento, la CSU non potrà che chiamare i lavoratori e i pensionati alla lotta e alla mobilitazione generale.

 

CSU

Forse potrebbe interessarti anche:

Lascia un commento