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San Marino, meno competenze e costo del lavoro più alto

da Redazione

Il Governo vuole introdurre un aggravio del 7% netto per le imprese che assumeranno frontalieri invece che sammarinesi. Il costo orario è già più alto che in Italia del 10%, con settori che arrivano oltre il 15%: si rischia di perdere competitività.

 

di Daniele Bartolucci

 

“Anche se la crisi internazionale continua a far sentire i propri effetti, l’economia sammarinese continua ad assorbire un elevato numero di lavoratori frontalieri, che rappresentano una componente importante del mercato del lavoro e una risorsa per lo sviluppo. Attraverso un’analisi dei dati statistici a disposizione, è possibile quantificare il fenomeno transfrontaliero ed è anche possibile riscontrare come per l’economia sammarinese l’effetto di questo tipo di lavoratori, oltre a rivestire un’indiscutibile importanza economica, incida in maniera significativa anche nel tessuto sociale”. Quanto scritto nella Relazione Economica e Statistica 2016 riassume tutta l’importanza dei lavoratori frontalieri per lo sviluppo delle imprese a San Marino, un Paese con soli 33mila residenti e, quindi, con un mercato del lavoro limitato, costretto per dimensione e aspettative, ad acquisire le competenze anche fuori dai propri confini.

Perché anche se tutta la sua forza lavoro fosse subito efficacemente formata, non basterebbe a soddisfare l’attuale domanda. A maggior ragione se dovesse aumentare tale richiesta con la ripresa auspicata e, quindi, con nuove assunzioni da parte delle aziende presenti o, anche, di nuove che potrebbero arrivare a San Marino.

 

LA PROPOSTA DEL GOVERNO “CONTRO” I FRONTALIERI


Nel Progetto di Legge presentato alle parti sociali, il Governo targato Adesso.sm ha previsto un contributo dell’8,9% per le aziende che, avendo già più del 30% di frontalieri sul totale dei propri occupati, assumono nuovi lavoratori frontalieri. Mentre se assumono un sammarinese l’aliquota contributiva è dell’1,9%. Una differenza del 7% netto che suona come un disincentivo ad assumere forza lavoro proveniente da fuori confine.

Questo, però – al di là della discriminazione (che fa tornare in mente la famigerata tassa etnica, che pare ora spostata dai lavoratori alle imprese) – indipendentemente dalle competenze.

 

LE COMPETENZE NECESSARIE ALLO SVILUPPO


Partiamo da un dato di fatto: i frontalieri servono al sistema economico in quanto le competenze e conoscenze che portano da fuori San Marino permettono alle imprese di sviluppare i propri business. Il primo problema è infatti la mancanza di lavoratori disponibili sul mercato interno, adeguatamente formati e specializzati. Il secondo è lo sviluppo: poter “importare” esperienze dall’estero ha un valore strategico per le imprese che vogliono essere competitive.

Qual è la situazione attuale? “Tralasciando l’analisi della collocazione dei frontalieri nel settore pubblico, dove le figure professionali sono presenti esclusivamente in campo sanitario”, si legge sempre nella Relazione del 2016, “si rileva come nel settore privato i lavoratori frontalieri abbiano un’incidenza maggiore nelle qualifiche di manodopera specializzata, dove il valore più consistente lo si riscontra tra gli operai specializzati e tecnici (22,2%) e tra gli operai qualificati (20,6%)”.

 

NON TUTTI GLI STRANIERI SONO FRONTALIERI


Con oltre 5.200 lavoratori frontalieri, è chiaro che siano state “importate” a San Marino tantissime competenze, know how e qualifiche che, altrimenti, non sarebbe stato possibile reperire in territorio. Come rilevato pocanzi, infatti, non si tratta di semplici lavoratori stranieri, ma specializzati e qualificati. Quindi andrebbe chiarito (e in parte smentito) l’assioma “prima i sammarinesi”. Infatti, per legge e quindi anche per la statistica, non sono considerati frontalieri i soggiornanti. Ovvero tutti quei lavoratori stranieri che hanno un permesso di soggiorno per motivi di lavoro, non rientrano in tale categoria.

 

COSTO DEL LAVORO E PERDITA DI COMPETITIVITÀ


Attualmente il costo del lavoro a San Marino è più alto che altrove, in particolar modo rispetto all’Italia.

Questo è facilmente dimostrabile dalla somma di diversi fattori: le retribuzioni tabellari sono più alte, i giorni lavorativi sono di meno a causa delle maggiori festività, l’orario settimanale è più corto. A conti fatti, quindi, a parità di mansioni e livelli, già oggi il costo per ora lavorata è più alto a San Marino che in Italia. In media dell’ordine del 10%, con picchi che superano anche il 15% in alcuni settori, come l’edilizia.

E questo senza considerare gli ultimi cambiamenti normativi, che potrebbero aver innalzato il divario tra i due Paesi nel 2017. E questo nonostante i contributi previdenziali siano un po’ più bassi. Anche se, a proposito di contributi, va ricordato che già a partire dal 2018 a San Marino aumenterà l’aliquota del Fondiss, e quindi ci sarà già un aumento del costo del lavoro programmato. Aggiungervi un 7% sarebbe, obiettivamente, troppo per qualsiasi impresa. Con un divario del 20-25% di costo per ora lavorata, il sistema perderebbe tutta la sua attrattività.

 

LE PAROLE DI ANIS


“Aumentare del 7% il costo del lavoro nelle imprese per assumere i frontalieri è discriminatorio e va nella direzione opposta allo sviluppo. Il Governo ritiri il Progetto di Legge e lo ridiscuta nell’ambito della concertazione avviata”. La posizione dell’Associazione Nazionale Industria San Marino è netta: il provvedimento del Governo va nella direzione sbagliata e non ci sono margini di trattativa. Va ritirato. “Si è svolto in data 9 marzo l’incontro convocato dal Governo con le parti sociali, per illustrare il Progetto di Legge “Modifiche e integrazioni alle norme in materia di sostegno allo sviluppo economico””, spiega una nota di ANIS. “Nell’occasione, il Presidente Stefano Ceccato, su mandato del Consiglio Direttivo, ha manifestato la propria forte contrarietà – in particolare sull’aumento del 7% per le nuove assunzioni di lavoratori frontalieri – ed ha auspicato che il provvedimento venga profondamente rivisto in funzione di veri interventi per lo sviluppo delle imprese. A tal proposito, appare quantomeno strano che venga presentato un Progetto di Legge sullo sviluppo già scritto e il giorno seguente – come da Ordine del Giorno votato in Consiglio Grande e Generale – si avvii il nuovo tavolo tripartito che ha, tra gli altri obiettivi, proprio lo sviluppo del Paese e della sua economia. Nel testo si legge infatti: “… attivare nell’immediato un confronto stabile con le organizzazioni sindacali e le associazioni di categoria per affrontare i temi inerenti la finanza pubblica e definire interventi partecipati per risolvere con senso della prospettiva le problematiche in atto e rilanciare le politiche di sviluppo”. E’ dunque in questo ambito che deve essere riportato il dibattito ed è qui che devono essere individuati gli interventi necessari.

Come detto, il Progetto di Legge presentatoci interviene in diversi ambiti, ma la novità più significativa riguarda l’art. 4 che – modificando l’art. 3 della legge 156/2011 e quindi rendendo più libera l’assunzione dei lavoratori frontalieri – prevedrebbe un maggiore onere contributivo rispetto all’assunzione di un lavoratore sammarinese, portato all’8,9% se il numero dei frontalieri occupati è pari o superiore al 30%. Mentre se si assumesse un sammarinese l’aliquota resterebbe fissa all’1,9%. Una norma che appare discriminatoria e anacronistica, in contrasto con gli accordi con l’Italia – da cui proviene la maggioranza dei lavoratori frontalieri -, e che potrebbe minare il percorso per l’accordo di associazione all’Unione Europea, al quale si sta lavorando. Inoltre”, aggiunge ANIS, “è evidente come questo eventuale intervento andrebbe a causare un notevole aumento del costo del lavoro per quelle aziende che andassero ad assumere lavoratori frontalieri, e questo indipendentemente dalle competenze. E’ assurdo che un’azienda già frenata da un mercato del lavoro interno ridotto e spesso privo delle necessarie professionalità, venga ulteriormente penalizzata nel momento in cui trovi le competenze necessarie fuori da San Marino. Senza considerare il fatto che già oggi è difficoltoso attirare le migliori competenze a San Marino, dove peraltro vige ancora la poco attrattiva norma del tetto alle pensioni. Ci chiediamo quindi quale imprenditore possa essere spinto ad investire in Repubblica, sottolineando anche la preoccupazione rispetto a quanti potrebbero andarsene”. “Il confronto con il Governo”, spiegano gli Industriali, “che deve proseguire nell’ambito del percorso avviato con tutte le associazioni di categoria e organizzazioni sindacali, non può ridursi alla mera presentazione di interventi ideati dall’Esecutivo senza la necessaria valutazione e verifica di ciò che realmente serve e delle conseguenze derivanti da eventuali decisioni. Questo è l’unico modo per intervenire puntualmente dove obiettivamente c’è bisogno. Cogliamo quindi con favore la decisione di non portare il suddetto Progetto di Legge in Consiglio Grande e Generale già nella sessione di marzo, auspicando che venga ritirato ed eventualmente ridiscusso nell’ambito del nuovo tavolo tripartito”.

 

LE PAROLE DELLA CSU


“Sono molti gli aspetti critici di questo progetto di legge”, sintetizza la CSU, che attacca: “Inaccettabile l’introduzione di un’ulteriore disparità di trattamento per i lavoratori frontalieri”. “E’ un progetto che, oltre ad essere stato costruito senza il benché minimo confronto con le parti sociali ed economiche, presenta molti elementi critici”, che la CSU ha dettagliato in una lettera al Governo, anche dal punto di vista tecnico. In primo luogo la CSU non condivide il cambio di filosofia nella impostazione degli sgravi fiscali alle aziende, che fino ad ora hanno premiato le imprese che hanno assunto un numero significativo di dipendenti. “Questa impostazione viene stravolta, fino al punto da prevedere “regali” anche a chi non assume nessun lavoratore.

Senza entrare nei dettagli tecnici, secondo la CSU “prevale una logica che in un certo senso è punitiva e peggiorativa verso le aziende più grandi, che sono quelle che hanno saputo meglio affrontare la crisi”.

Inoltre la CSU esprime “una forte contrarietà anche rispetto agli articoli 3 e 4, in quanto aggravano la già presente discriminazione tra lavoratori residenti e frontalieri, introducendo un’ulteriore differenza di trattamento in termini di costi per le imprese, pari al 7% per l’assunzione di lavoratori non residenti.

Questa ulteriore e inaccettabile discriminazione è anche in palese contraddizione con il percorso di associazione alla UE avviato dal nostro Paese. Tale percorso, infatti, qualora si avviasse alla conclusione, escluderebbe totalmente simili provvedimenti. Gli accordi internazionali consentono la possibilità di “filtrare” l’ingresso di lavoratori non residenti per favorire l’occupazione dei lavoratori interni, ma non la loro discriminazione una volta assunti. È a questi principi di uguaglianza e di parificazione dei diritti che la CSU continua ad ispirarsi”. “Peraltro, un incremento della contribuzione per le imprese, come quello ipotizzato a carico dei lavoratori frontalieri, inciderebbe negativamente sulle presenti e future contrattazioni, in quanto il costo del lavoro – così aumentato – verrebbe fatto pesare in maniera ancora maggiore di quanto già non avvenga attualmente”.

La CSU si dice quindi “in attesa di poter discutere con il Congresso di Stato le diverse e sostanziali modifiche da apportare a questo progetto di legge”, escludendo di fatto margini di trattativa sul capitolo frontalieri, visto che ha già giudicato “inaccettabile” questa idea proposta dal Governo, palesando perdita di competitività delle aziende (quelle che assumono, va specificato).

 

LE PAROLE DEL PDCS


Anche il PDCS boccia la proposta del Governo. “Sullo sviluppo e sulla necessità di creare nuove prospettive di occupazione l’astrattezza e la pericolosità dell’Esecutivo raggiungono l’apice. Con la proposta infatti di “Modifiche e integrazioni alle norme in materia di sostegno allo sviluppo economico”, nella quale si prevede un maggior onere contributivo sull’impiego di frontalieri rispetto ai sammarinesi, il Governo incassa la contrarietà forte e immediata degli imprenditori e del Sindacato e, se non bastasse, le reazioni preoccupate dei parlamentari italiani e le possibili ritorsioni nell’applicazione degli accordi sottoscritti e nei percorsi di associazione con l’Unione Europe”. Di qui la domanda da via Delle Scalette: “E’ questa la svolta? E’ questo quello di cui il Paese ha bisogno?”.

 

LE PAROLE DEL PSD


“La bozza di riforma della legge Sviluppo, peraltro non ancora presentata alle forze politiche”, criticano dal PSD, “contiene una disposizione che diversifica il trattamento dei frontalieri rispetto agli altri lavoratori. È chiaro l’intento demagogico, in parte anche comprensibile, di voler tutelare i nostri cittadini, non sfugge a nessuno però che nella maggior parte dei casi le aziende ricorrono ai frontalieri perché il mercato interno del lavoro, limitato, non è in grado di soddisfare le richieste di specifiche professionalità, appunto molto più semplici da reperire in un mercato vasto come quello italiano”. Inoltre “è da integrare con la circostanza che il potenziale mercato interno, quello dei disoccupati, spesso non si incastra, nella ricerca di occupazione, con le richieste di manodopera specializzata o di personale con esperienza delle aziende e che è necessario investire sulla formazione e sulla riconversione professionale.

Il giusto obiettivo della piena occupazione dei sammarinesi non può essere barattato con disposizioni discriminanti per altri lavoratori. Un tale schema sarebbe poi totalmente in contraddizione con gli accordi già in vigore con la Repubblica italiana e di sicuro non sarebbe tollerato dall’UE, con la quale stiamo negoziando un Accordo di Associazione”. Per questo “il PSD si oppone a proposte come quella descritta che in cui il danno che si produrrebbe nel voler perseguire un giusto obiettivo sarebbe peggiore del male che si vuole curare. Il vero male, quello della disoccupazione, ha necessità di provvedimenti che vadano nella direzione della competitività delle aziende che stanno già o decidono di venire a San Marino, non nella penalizzazione per chi assume frontalieri”.

 

LE PAROLE DI TIZIANO ARLOTTI


“Quel progetto di legge contiene norme che se approvate introdurrebbero una palese e inaccettabile discriminazione nei confronti dei lavoratori frontalieri e peserebbero come un macigno sui rapporti fra Italia e San Marino”. Il deputato Pd romagnolo Tiziano Arlotti ha commentato così il progetto di legge recentemente illustrato dal Governo del Titano alle parti sociali, che all’art. 4 prevede un maggiore onere contributivo sull’impiego di frontalieri rispetto all’assunzione di sammarinesi, portandolo all’8,9% (+7 punti percentuali rispetto all’attuale) se il numero dei frontalieri occupati è pari o superiore al 30%. Arlotti è un ex frontaliere, impegnato per anni sul fronte sindacale e poi politico diplomatico, spesso dalla parte di San Marino, ma questa volta il Governo del Titano se lo troverà come avversario. “Presenterò un question time la prossima settimana al ministro degli Esteri Angelino Alfano per segnalare che il provvedimento proposto dal Governo sammarinese creerebbe una situazione di palese e per noi inaccettabile discriminazione nei confronti dei lavoratori italiani frontalieri. Si tratta di una norma che comprometterebbe quanto previsto negli Accordi sottoscritti e ratificati in questi anni, con tutti i benefici che hanno portato nelle relazioni di amicizia e buon vicinato fra Italia e San Marino – afferma Arlotti -. Il processo di stabilizzazione dei frontalieri, tra l’altro, si è di fatto bloccato”. “Siamo quindi in presenza di iniziative che sono in netto contrasto con gli accordi fra Italia e San Marino”, rileva Arlotti. “Il nostro Paese, come ribadito anche dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della sua visita sul Titano, sostiene l’Accordo di associazione fra San Marino e Unione Europea. La norma contenuta nel progetto di legge sammarinese, se sarà confermata, non potrà non pesare come un macigno proprio sul percorso di associazione”.

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