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Dalla Domus Plebis all’attuale Basilica di San Marino

da Redazione

Il più antico ricordo della vecchia Pieve è inserito in un documento del 1113. Nel 1825 venne demolita e fatta ricostruire, non senza polemiche. Tra i più ostili, Don Giambattista Balsimelli. Tra i vari i progetti presentati fu scelto quello dell’architetto Antonio Serra. I costi? Oltre 40 mila scudi.

 

di Alessandro Carli

 

Domus Plebis, cioè casa del popolo: così nelle antiche pergamene è chiamata la vecchia pieve della Repubblica di San Marino. E infatti, sul monte dove in origine tutto il popolo fu plebe, la chiesa non solo era il luogo di raccolta dei fedeli, ma l’aula dell’Arengum, il supremo consesso della comunità. Sorgeva alta sul ciglio della rupe e si confondeva con i massi del monte, di cui aveva lo stesso colore ferrigno.

Al suo fianco il campanile tozzo, anticamente isolato come quello di San Leo, pareva una Specula romana eretta per avvicinare al cielo la croce che, scriveva Gino Zani nel 1935, “per opera del Santo Tagliapietre di Dalmazia, fu sul Titano vero simbolo di ribellione e di libertà. La Domus Plebis fu infatti il tempio dei liberi, la chiesa dei poveri di Cristo, come la definì Carducci. Niente marmi, niente orpello, niente fronzoli d’ arte raffinata, ma volte, archi, piloni in blocchi massicci tagliati faticosamente dalla roccia del monte a colpi di scalpello, con pazienza e con tenacia”. Tutto intorno le pareti ed i pavimenti erano coperti di simboli, di nomi, di date: la vecchia Pieve fu sopra tutto la dimora dei morti, alla presenza dei quali i vivi si radunavano a pregare e a deliberare come gli antichi Cristiani nelle catacombe.

Il più antico ricordo della vecchia Pieve è un documento del 31 luglio 1113 per una donazione fatta “da Uberto e Tebaldo suo figliuolo e Lavinia sua nuora alla chiesa, e per essa ad Antonio prete ed ai suoi confrati, di un pezzo di suolo nel territorio di Rimini e più precisamente a Pieve di San Lodeccio”.

Le carte d’archivio ne riparlano nel 1537 (De Plebe S. Marini recuprienda et Campanile restaurando) e nel 1634 quando nella seduta del Consiglio Grande e Generale “fu significato che il Sig. Lorenzo Pelliccieri, Arciprete della Pieve del glorioso protettore nostro San Marino, come zelante e desideroso dell’ampliatione ed abbellimento della Chiesa, intercedeva di far por mano a’ principiar la fabbrica che egli aveva in mente et in pensiero di fare, come meglio sarebbe piaciuto al popolo; epperò si domandava aiuti di poter tirare al fine questo ottimo e necessario pensiero. Fu da tutto il Consiglio sentito volentieri e con straordinario gusto questo motivo perché trattandosi di rendere più bella e meglio comoda l’abitazione del Santo Proiettore”.

La demolizione avvenne nel 1825 per lasciare il posto all’attuale tempio neoclassico. L’edificazione, da parte del Consiglio, avvenne il 24 luglio 1825 sul posto dell’antica Pieve demolita, non senza qualche polemica.

Molti cittadini rimasero incerti circa la necessità e l’opportunità di distruggere l’antico monumento denso di ricco di memorie: molti furono apertamente ostili. Tra questi, anche Don Giambattista Balsimelli, nato nel 1807, morto all’età di 92 anni nel 1899. “Magro ossuto, quasi incartapecorito, completamente sordo – così lo ricorda Zani -, divideva la giornata fra le cure dei canarini e la preghiera. Borbottava sempre preghiere, anche durante le brevi passeggiate. Ma quando, nel ricordare la lontana giovinezza, il discorso cadeva sulla Pieve vecchia di San Marino, il mite e pacato sacerdote rinnovava nella voce e nei gesti l’antico sdegno contro gli iconoclasti che non avevano avuto rossore di distruggere la chiesina che il Santo con le sue mani aveva costruito, pietra su pietra”.

La prima pietra fu posta il 28 luglio 1826 dal vescovo del Montefeltro. Fra i vari disegni, venne scelto quello dell’architetto bolognese Antonio Serra (1783-1847). La chiesa, che fu aperto il 5 febbraio 1838 e consacrata solennemente il 1 luglio 1855, costò 40.150 scudi e 76 baiocchi. Pio XI, il 21 luglio 1926, la promosse in perpetuo al titolo e alla dignità di Basilica Minore. Il tempio, in stile neoclassico, ha un pronao di colonne corinzie. Vi si accede per una scalinata. Il frontone reca la seguente iscrizione dedicatoria: “Divo Marino patrono et libertatis auctori Sen. P. Q”. Sulla porta maggiore è uno stemma della Repubblica; su quella di sinistra, in una lapide in pietra, si legge che il 25 marzo 1906 ” l’Arengo Generale dei Capi-Famiglia – legalmente adunato? riprese l’esercizio – dell’originaria sua sovranità”. Il massiccio campanile, già romanico, fu ricostruito nel Seicento.

Prima di entrare, a sinistra, si nota il recentissimo Battistero disegnato da Amos Lucchetti-Gentiloni. Il fonte battesimale, trasportato dal Museo, faceva parte della Pieve antica; la base di pietra è scolpita e lavorata da Aldo Volpini.

L’interno è a tre navate. Gli altari sono sette. A destra, entrando, sorge il monumento ad Antonio Onofri, eseguito da Enrico Cadolini. Alla base, una iscrizione latina dettata da Giuseppe Mastella, ricorrendo il primo centenario della morte del Padre della Patria (26 febbraio 1925). Nel pilastro vicino si osserva il busto di Antonio Serra (1853), architetto della chiesa, con sotto l’esaltazione dei suoi meriti.

Sul lato sinistro della chiesa, in terra, si presenta una piccola lapide dedicata a Bartolomeo Borghesi, qui sepolto il 16 aprile 1860. Vengono poi gli altari che recano un dipinto di Elisabetta Sirani (1638-1665), “Noli me tangere”, e uno di scuola del Guercino, “Santa Casa di Loreto”.

A sinistra dell’altare maggiore, il trono dei Capitani Reggenti, lavoro del ‘600. Dietro, sono scavate le tombe di Pietro Tonnini, Marino Fattori, Giuliano Belluzzi.

Al disotto dell’altare maggiore, una piccola urna contiene le ossa di San Marino. Adamo Tadolini (1788-1868) scolpì la statua marmorea del Santo, che troneggia dietro l’altare. A destra, all’interno di un monumento in marmo, c’è una teca d’argento che racchiude la parte superiore del cranio del Santo.

I quadri sugli altari della navata destra sono di modesto valore artistico: “S. Agata che appare alla Repubblica” è di Oreste Monacelli (1897); la copia della “Madonna di Foligno” è opera del sammarinese Pietro Tonnini; il “S. Sebastiano”, imitazione di quello del Tiziano, è d’incerto autore. Le nicchie lungo le navate minori sono occupate da statue raffiguranti Santi e Virtù; intorno all’abside, altre statue di Apostoli, con in mezzo il Redentore.

Sulla destra della Basilica si trova la Chiesetta di San Pietro. Vi si accede attraverso la sagrestia e per una scala ricavata nel campanile (un terrazzino consente di ammirare un bellissimo panorama), ovvero dalla piazza. E’ del XVI secolo, ma fu rimpicciolita intorno al 1826. L’abside è formata dalla viva roccia: in essa sono scavate due nicchie che la tradizione popolare indica come i letti di S. Marino e S. Leo e alle quali i fedeli attribuiscono facoltà taumaturgiche. Sull’altare di marmi intarsiati (sec. XVII), la statua di S. Pietro, di Enrico Saroldi. Sotto la chiesetta fu edificata nel 1941, su disegno di Gino Zani, la cripta. E’ interamente costruita in pietra concia del Titano. Sull’altare un bassorilievo: “S. Marino che esercita il mestiere di lapicida”. Il modello è di Enrico Saroldi, l’esecuzione di Romeo Balsimelli. Due ornamenti in pietra, un tempo nella vecchia Pieve, sono murati lungo le pareti. La lapide che si vede di fronte alla porta proviene da Arbe. In fondo alla cripta, protetta da un artistico cancelletto, è conservata l’urna in cui per molti secoli riposarono le ossa del Santo.

La Basilica di San Marino – che è stata visitata sia da Papa Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI – è raffigurata sulle monete euro sammarinesi da dieci centesimi.

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