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Festival di Santarcangelo 2014, la tigre

da Redazione

Si apre l’11 luglio la 44esima edizione del festival del borgo clementino, luogo di esplorazioni della scena. Le parole del direttore artistico Silvia Bottiroli.

 

Si apre l’11 luglio la 44esima edizione del festival del borgo clementino, luogo di esplorazioni della scena. Le parole del direttore artistico Silvia Bottiroli.

 

Un festival è o forse può essere un invito a uscire da sé, non per diventare altro ma per farsi puro divenire: movimento incessante di abbandono di quel che si è o si sa, e di apertura a un possibile. Santarcangelo •14 è un invito a divenire tigre innanzitutto, animale non addomesticabile che con la sua sola presenza trasforma in foresta ogni paesaggio, e sguardo intenso a cui è impossibile sottrarsi. Come tigre, il festival si fa mondo, discorso complesso che sostiene il confronto con la scena e quello, ben più impegnativo, con il reale, creatura selvaggia che tiene alto lo sguardo, non rinuncia e non indietreggia. Molti artisti si misurano frontalmente con la storia e la dimensione politica: affermano la centralità del teatro come luogo di interrogazione radicale, infantile e rivoluzionaria di quel che è stato e che sarebbe forse potuto essere altrimenti (La Re-sentida); cortocircuitano la celebrazione del passato e la geografia europea attraverso lo sguardo spalancato sull’oggi (Valters Sīlis e Teatro Sotterraneo); portano la scena nello spazio pubblico e ne fanno spazio sospeso e fragile in cui, slittando tra realtà politica e finzione letteraria, elaborare sentieri possibili per percorrere il futuro (Motus).

Altri mettono al centro la comunità, in diverse accezioni, e la scena come luogo della presa di parola: orchestrano una coralità di voci del nostro incessante parlarci (L’Encyclopédie de la parole); si presentano, ospiti inattesi, in contesti non teatrali per rivolgere a ciascuno, e quindi a tutti, una conferenza che invita a pensare una nuova politica, una nuova cura dei legami (Sarah Vanhee). Altri ancora, in un disegno di programma che è forte di certe radicalità teatrali e attoriali, lasciano invece la scena e la rappresentazione dietro di sé per avventurarsi in una esplorazione di spazi e di pratiche che riguardano piuttosto l’abitare, l’articolazione di un insediamento e di un’intenzione rispetto a un luogo. Configurano la piazza, centro di Santarcangelo e del festival, come luogo di incroci e di costante riformulazione dello spazio (Maël Veisse); coinvolgono architetti e paesaggisti invitando i cittadini a pensare alcuni luoghi come possibili “giardini in movimento” (Leonardo Delogu / Dom-, con Gilles Clément e CoLoCo); trasformano la scuola elementare in una grande installazione che dà voce alle memorie individuali e collettive e traccia una mappa di esistenze (Art you lost?). Santarcangelo •14 è anche un invito a divenire nuvola, dimensione atmosferica, variazione climatica, creazione esile e però potente, momento di puro potenziale. Come nuvola, il festival opera un subitaneo cambio di temperatura, innesca una posizione di squilibrio da cui sporgersi verso quel che non si conosce. È qualcosa che può accadere solo in uno stato di rischio e di perdita di controllo, come suggerisce la Piattaforma della Danza Balinese, spazio immaginario posato su immaginarie risorse e condiviso da artisti e curatori, che opera innanzitutto come organismo di cattura, trascinando tutto quel che incontra in un generico, aperto esotismo, articolando al contempo un discorso rigorosissimo, e fermamente politico, sulla danza. Si comporta come una perturbazione climatica anche la Nomadic School, una scuola effimera che si posa dentro al festival dandosi un nome preso a prestito dall’artista francese Pierre Huyghe, The Host and The Cloud (L’ospite e la nuvola). E sono sospesi verso un possibile i tanti lavori che hanno scelto il festival come luogo del proprio venire al mondo, che mentre scriviamo sono nell’opacità e nella turbolenza del “prima” e che faranno di Santarcangelo, per dieci giorni, una città in stato di creazione, una collettività temporanea che si fonda non su di un’identità riconosciuta e comune ma precisamente sul gesto dell’uscire, dell’avventurarsi. Un festival può o forse deve, negli spazi costretti di un reale da cui non c’è via di fuga e nel tempo predeterminato del proprio compiersi, creare le condizioni di coraggio e di incertezza necessarie per un atto di immaginazione del possibile, di resa all’imprevedibile. Adesso sta a ciascuno di noi, e a tutti noi insieme, rispondere a questo invito e divenire tigre, divenire nuvola.

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