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Così parlò Stefano Benni, il “lupo” della penna

da Redazione

Intervista a Stefano Benni, il “lupo” della penna. Le parole dell’autore di “Bar sport”: il destino, l’ispirazione, la differenza tra la solitudine e l’isolamento.  E la vera versione di “Cappuccetto Rosso”.

 

di Alessandro Carli

 

Stefano Benni è stato uno degli autori di punta dell’ultima edizione di “Mare di libri”, ospitata a Rimini dal 13 al 15 giugno. E ha incontrato il pubblico. Le sue fonti di ispirazione? “Edgar Allan Poe: mi ha fatto capire che la scrittura ha infinte possibilità. Gadda perché mi ha fatto scoprire la bellezza e le possibilità della lingua italiana. E la ‘Lolita’ di Nabokov, specie le ultime pagine, quando esce il dolore”. 

 

Le illusioni permettono di continuare a vivere?


“Se per illusioni si intendono i giardini dei sogni, direi che servono a poco. Se si intende invece il potere della fantasia, ovvero la capacità che hanno le immagini a creare un futuro diverso, in questo caso le illusioni diventano risposte concrete. Martin Luther King disse ‘I have a dream’. E’ un sogno concreto che ha cambiato la vita di tantissimi statunitensi”.

Nel libro “Pantera” i giocatori vengono definiti ‘Dei’. Come mai?


“Perché a noi appaiono come figure che chiamiamo divinità. Non nel senso religioso, ma come un qualcosa che prendiamo come esempio. Sono persone coraggiose, sono ‘dei’ di una piccola comunità di persone. Sono angeli del coraggio, molto quotidiani”.

Sempre in “Pantera” appare con una certa frequenza il destino…


“Etimologicamente la parola ‘destino’ significa ‘star fermi’ ed è l’uomo che ci gira attorno. Quando noi inventiamo un nuovo destino, cambiamo il destino. Il destino è il nome che noi diamo alle scelte. E non dobbiamo farci schiacciare da questa parola. Non dobbiamo dire ‘devo’ o ‘voglio’, bensì ‘posso’. Parlerei però di ‘destini’ più che di ‘destino’. E’ una parola plurale”.

In “Pantera” si parla del biliardo.


“Mi interessava descrivere un ambiente irregolare anni ’50. Una volta i luoghi che ospitavano persone strane erano il biliardo e discoteche. Due posti in cui si incontrava l’umanità sofferente e dove nutro la mia fantasia. Al biliardo e in disco si rifugiavano persone che gli altri definivano ‘non molto normali’: gente di malaffare, trans, prostitute, eccetera. I biliardi e le disco erano piccoli inferni urbani pieni di umanità”.

In “Pantera” esce nitida la solitudine.


“La solitudine appare nei miei ultimi cinque o sei libri. La solitudine non ci deve atterrire. Mi chiedo spesso quale dovrò affrontare da vecchio. Nel mio caso specifico poi, scrivere è un atto solitario. Ho scelto un mestiere in cui è presente. Il mondo moderno ci vuole convincere che è una malattia che non esisteva prima. Non sono d’accordo. Siamo in collegamento con il mondo attraverso internet e i cellulari. I telefonini combattono l’isolamento ma non la solitudine”.  

 

Nei suoi libri si incontrano spessissimo i soprannomi.


“Sono nato in montagna, un luogo dove tutti hanno un soprannome. Se non ce l’hai, non appartieni alla società. I soprannomi sono 10 volte più espressivi dei nomi. Un esempio: dire Adelmo oppure ‘tic tac’ perché questo personaggio ha tanti tic è diverso. E’ un modo per presentare un personaggio”.

Lei ne ha uno?


“Il mio soprannome è ‘lupo’. Quando sono nato, nel 1947, nel mio paese non c’era la luce elettrica: arrivò quando avevo otto anni. Sono nato a lume di candela. Quando andavo a dormire, avevo picara: sentivo gli scricchiolii. Così mi alzavo dal letto e andavo a passeggiare assieme ai cani di famiglia. Una notte c’era la luna piena e i cani si misero a ululare. Io, per solidarietà, feci altrettanto. Una signora mi vide e avvisò subito il mio nonno. Fui portato a fare una visita da uno psichiatra. Il dottore disse a mio nonno che era quasi normale, solamente un po’ lupo. A proposito di lupi: sulla favola di cappuccetto rosso sono state scritte tante bugie. E’ normale che una mamma mandi la propria figlia in un bosco dove si sa che c’è un lupo? Cosa le fa portare? Una focaccina, che chiaramente attira il fiuto del lupo. Come la fa vestire? Di rosso, così il lupo non si sbaglia. Allora, chi è davvero cattivo? La mamma, la nonna , il cacciatore o il lupo che, provocato, fa il suo dovere?”.

La letteratura è piena di animali che parlano.


“Certo. E’ perché gli animali parlano davvero. Durante l’infanzia e l’adolescenza sono stati i miei compagni di gioco. Tutti i bambini poi hanno amici immaginari con cui parlare. Io comunque ancora oggi parlo con gli animali. Non molto tempo fa ero a Roma. Ho incontrano una signora che aveva in braccio un cane di dimensioni ridotte. Uno di quei cani che vivono in braccio alle persone. Sembrano nevrotici e tremano. I cani devono camminare. Ebbene, a Roma questo cane non dava segni di vita. Mostrava una traccia di vita solamente quando mi vedeva con la brioche in mano. Gliene do un pezzetto. La signora mi vede e inizia a dirmi che il cane se mangia la brioche muore e che se lo appoggia a terra e lo fa camminare poi si ammala. Quel cane mi ha detto ‘che vita di merda’ solo con lo sguardo”.   

     

Con una certa frequenza ha scritto sul bar.


“E’ un posto particolare in cui si raccontano storie. Quando ero giovane li frequentavo per ascoltare le storie di tutti: calcio, politica, erotismo. Quell’incanto di allora mi è sempre rimasto. Il bar è un luogo dove ci si scambiano racconti, storie. I frequentatori di questi locali sapevano raccontare. Oggi molto meno”.

“Terra!”. Un mondo difficile e affascinante, un libro del 1983. Le piacerebbe vivere quello che ha descritto?


“Il libro racconta di una catastrofe climatica. E’ un libro tristemente profetico. Quella terra non mi piacerebbe viverla. Uno scrittore sogna di vivere nei suoi libri. Potrei viverla se si facesse qualcosa per salvarla”.

Spesso lei scrive di sport.


“Da giovane giocavo a calcio. Ero abbastanza bravo. Nei libri non parlo del calcio di oggi ma di quello dei miei tempi. Quello che poteva essere praticato anche nelle strade. Quel ‘pallastrada’ che appare ne ‘La Compagnia dei Celestini’. Ho scritto anche di bicicletta, ma non l’ho mai praticata”.

Ha paura di perdere la sua comicità?


“Ho paura di perdere l’ispirazione a scrivere. la comicità no, anche perché spesso ci rinuncio. Mi spavento quando leggo un libro di un autore più bravo di me. Nella mia vita di scrittore ho buttato via due libri: è importante saper accettare i limiti e capire se la strada intrapresa è sbagliata. Le fonti di ispirazione per me sono quotidiane: basta guardare le persone in faccia e mi vengono tante storie”.

Nei suoi libri c’è molta musicalità.


“Per me i libri hanno una loro musicalità che dentro di me si sono mescolate.  La mia scrittura ha a che fare con il gioco della pause e delle ripartente. Sono un po’ musicista: lavoro con jazzisti, specie a teatro”.

Che vita ha un libro?


“Se un libro non invecchia è un buon libro e non è inutile”.

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