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San Marino, i crediti inesigibili: recuperare il possibile

da Redazione

In Italia il dramma dei pagamenti pubblici, sul Titano le parti sono invertite. Quanto denaro potrà davvero rientrare? E la politica dov’è stata finora?

 

di Loris Pironi

 

Così va il mondo. Mentre in Italia il dramma che tiene banco in queste settimane riguarda i crediti che le imprese private vantano dallo Stato e che non riescono a recuperare, a San Marino la polemica va in una direzione diametralmente opposta. Il problema è quello dei crediti “inesigibili” vantati dallo Stato nei confronti delle aziende. Aziende che sono sparite in maniera più o meno rocambolesca in questi anni di crisi, lasciandosi dietro (oltre ad un numero di disoccupati sempre crescente) anche tutta una serie di debiti con la pubblica amministrazione, soprattutto Monofase non versata.

Il problema è emerso quando gli inviati del Fondo Monetario Internazionale hanno fatto sapere al Governo del Titano che un Bilancio dello Stato scritto in quella maniera, con la riga dei residui di bilancio gravata da crediti pregressi addirittura di anni prima, trascinati di esercizio in esercizio, non poteva essere accettato. Ci sono regole chiare da rispettare se ci si vuole adeguare alle prassi internazionali, e questa è una di quelle su cui non si può transigere.

La richiesta – sacrosanta – del FMI ha ricevuto pronta risposta positiva dall’esecutivo. E fin qui stiamo raccontando la notizia di un paio di mesi fa, per offrire un quadro ampio e corretto della questione. Ma a quel punto apriti cielo: si è scoperto infatti che questi “crediti inesigibili” ammontano infatti a 156 milioni di euro, banconota più banconota meno, che lo Stato conta seriamente di non recuperare mai più.

A questo punto è – più o meno giustamente, per non prendere posizione diciamo naturalmente – scoppiata la polemica. Dal piano meramente contabile siamo scesi, o saliti, in quello politico.

Il Governo vuole chiudere un occhio – su una cifra così consistente – chissà per quale motivo, affermano i detrattori, aggiungendo una buona dose di veleno e lasciando intendere che si tratterebbe del solito regalo ai soliti amici. Begli amici, poi, verrebbe da dire, amici che sono scappati nel momento del bisogno lasciando solo macerie alle proprie spalle.

Il tutto mentre sta nascendo la patrimoniale, e mentre è giunto il momento di altre scadenze da pagare tra cui la minimum tax che tanti imprenditori fanno davvero fatica a mandare giù.

La posizione di un po’ tutte le parti sociali è univoca, sia pure con qualche sfumatura: lo Stato deve fare di tutto per riuscire a rientrare in possesso di quel denaro che oggi come oggi farebbe assolutamente la differenza. Denaro pubblico, di tutti, a cui è stato lasciato prendere il volo senza far nulla per trattenerlo.

È proprio questo il nocciolo della questione. La tradizione popolare a questo punto ci mette di fronte all’immagine di una stalla aperta, con i buoi che se ne sono scappati tutti quanti a zampe levate nei prati. A cosa serve chiudere la porta adesso? Non vi bastano le banali allegorie e ne volete un’altra? Sempre a tema “bovino” la recuperiamo dal testo biblico, ed è quella che ci parla dei (bei vecchi) tempi delle vacche grasse. Quando i soldi entravano senza far fatica nei forzieri pubblici sammarinesi e non ci si doveva preoccupare di mettere a punto un sistema che garantisse la sicurezza del pagamento della monofase da parte delle aziende, o di qualsiasi altra entrata. Tutto era certo, facile, scontato.

Peccato che oggi non sia più così. Peccato che di ogni centesimo ci sia un disperato bisogno per far quadrare i conti.

Così oggi diciamo che non ci si deve interrogare se sia il caso di fare tutto il possibile per recuperare quei supposti “crediti inesigibili”. Non ci si deve interrogare, semplicemente, perché tutto quello che si può fare deve essere fatto.

Però nello stesso tempo non possiamo fare a meno di temere di essere di fronte al più classico dei bicchieri di latte versati sul pavimento. Di temere che quei milioni di euro non li rivedremo mai più.

Il grosso dell’ammontare infatti riguarda imprese che hanno cessato la propria attività, imprenditori che hanno preso il volo e che non metteranno verosimilmente più piede a San Marino.

Assodato che va fatto tutto il possibile per salvare il salvabile, a questo punto ci si deve chiedere che cosa non ha funzionato, cosa non sta funzionando, perché lo Stato che avanza crediti nei confronti dei privati non riesce proprio a rientrare. Non sono sufficientemente efficaci i controlli, va posto uno sbarramento di fidejussioni o garanzie all’apertura delle imprese, va mantenuto un monitoraggio attento e capillare sul sistema economico in modo da poter affrontare le singole emergenze man mano che incominciano ad insorgere?

Tutto questo per il futuro, per evitare che il problema si riproponga. Ma accanto a questo ci si deve chiedere se c’è qualche elemento della macchina pubblica che ha sbagliato, che ha una qualche responsabilità in tutto questo. E allora sarebbe il caso di intervenire. Ma il discorso vale anche per la classe politica, tutta. Non ci si può svegliare un giorno e rendersi conto che dal salvadanaio mancano 156 milioni di euro. Se c’è per caso qualche responsabilità diretta, non si può non dire che tutto il sistema non ha funzionato nel controllo.

Tracciare una riga e fare finta che niente di grave sia successo, ecco, questa è l’unica opzione che San Marino non può proprio prendere in considerazione.

Resta poi la questione da cui eravamo partiti. Quei crediti più o meno inesigibili, tra i numeri del Bilancio pubblico di San Marino, non ci possono più stare. Inquinano i dati, rendono il Bilancio meno leggibile (e quindi meno attraente per i potenziali investitori). Semplicemente, sotto il profilo meramente contabile, vanno cancellati.

Tutto il resto ce lo siamo detto finora.

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