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San Marino, ritorna di attualità la rappresentatività

da Redazione

ANIS CSU contratto industria 10

Tema di nuovo caldo dopo la firma del contratto industria tra ANIS e CSU. Venisse applicata, la L. 7/1961 andrebbe a scapito della maggioranza.

ANIS CSU contratto industria 10

 

di Loris Pironi

 

Il rinnovo del contratto collettivo nazionale del settore industriale sottoscritto il 27 luglio dall’Associazione Nazionale dell’Industria Sammarinese e dalla Centrale Sindacale Unitaria, è – lapalissianamente – un accordo bilaterale. Nel senso che al tavolo della trattativa si sono sedute solo ANIS e CSU. Questo riapre una questione, quella della rappresentatività, che è sempre stata trascurata dalla politica, ma che rappresenta un vero e proprio problema di democrazia. Sì perché, in base alla legge numero 7 del lontano 1961, il principio dell’erga omnes presta il fianco a distorsioni nell’applicazione dei contratti di lavoro collettivo, dando la possibilità a organizzazioni minoritarie, anche decisamente minoritarie, di imporre alla maggioranza le proprie condizioni.

A margine del contratto – vi invitiamo a leggere il nostro approfondimento nel focus in home page sul sito www.sanmarinofixing.com – ANIS e CSU hanno sottoscritto un allegato che rappresenta di fatto una proposta di legge che va a rimettere ordine alla questione della rappresentatività e all’erga omnes.

 

Flashback storico. Correva l’anno 1961

 

Nel lontano 1959 l’Italia inserì, con i Decreti Vigorelli, rimasti celebri, l’applicazione del principio dell’erga omnes ai contratti di lavoro. San Marino fece altrettanto a inizio 1961, riprendendo di fatto il passaggio dalla legge italiana (il buon vecchio copia&incolla) e inserendolo nella “Legge per la tutela del lavoro e dei lavoratori”. Poi l’Italia, già nel 1960, dichiarò incostituzionale questo principio, mentre San Marino tirò dritto e si trascina dietro sino ad oggi quella che – con il mutare degli scenari – è diventata una vera e propria stortura. Questo perché, rispetto ad allora, sono nate diverse organizzazioni che rappresentano lavoratori o datori di lavoro e il quadro generale è molto più complicato e frastagliato rispetto ad allora, quando non si poteva ipotizzare un simile scenario.

 

Cosa significa erga omnes

 

L’art. 9 della Legge n. 7 del 17 febbraio del 1961 prevede l’efficacia erga omnes delle singole clausole “più favorevoli” per i lavoratori. Clausole che vanno recepite erga omnes, ovvero da applicare a tutti quanti.

L’articolo della legge è breve e, per dovere di cronaca, lo riportiamo integralmente: “Il contratto collettivo di lavoro stipulato tra uno dei Sindacati ed un altro antitetico ha efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali esso si riferisce. Nel caso in cui si verificasse il concorso di più contratti saranno applicate le clausole più favorevoli ai prestatori di lavoro. Il contratto collettivo continua a produrre i suoi effetti dopo la scadenza, fino a che sia intervenuto un nuovo contratto collettivo”. Questo significa che se una organizzazione sindacale o datoriale sottoscrivesse un contratto di lavoro per la propria categoria con condizioni migliorative nel trattamento dei lavoratori, anche se questa associazione o sindacato rappresenta l’1% dei lavoratori, questa teoricamente vedrebbe prevalere la propria visione a discapito di chi rappresenta il rimanente 99%.

Il concetto è valido almeno in linea teorica, perché poi la prassi ha portato, anche in tempi recenti, ad applicare diverse tabelle e diversi trattamenti per contratti sottoscritti da diverse associazioni. Senza contare che non ci sono attualmente altri contratti in essere per il settore industria a cui fare riferimento. Tuttavia occorre dirimere la questione, una volta per tutte.

 

L’ipotesi di modifica della rappresentatività

 

Quello della maggioranza è un concetto che non può essere ignorato in una democrazia che vuole considerarsi moderna. Ecco che allora si parla di una revisione della legge, concetto che è stato affrontato a più riprese al Tavolo per lo Sviluppo aperto dalla Segreteria di Stato per il Lavoro, nell’ambito della riforma del mercato del lavoro. Nessuno, a livello di principio, ha avuto nulla da eccepire, ma è palese che ci siano delle resistenze da parte di chi ha un minor numero di iscritti rispetto ad altre associazioni. Il concetto proposto da ANIS e CSU è semplice: se una o più associazioni che firmano un contratto rappresentano il 51% dei lavoratori di un settore, tale contratto ha valore collettivo. Se non raggiungono il 51%, per allargare la base di consenso, possono sottoporre il contratto a referendum tra i lavoratori e i datori di lavoro per raggiungere la maggioranza dei consensi espressi per ciascuna parte.

Senza contare che c’è un’altra piccola questione da dirimere. Quella legata all’effettivo numero di iscritti di ciascuna organizzazione. La CSU ha sollevato a più riprese il quesito nei confronti di USL, la stessa questione è stata posta per OSLA. La proposta di modifica della rappresentatività – che abbiamo definito un “regalo” per il legislatore, chiunque sarà nel prossimo quinquennio – prevede l’istituzione di una Commissione garante per la contrattazione collettiva a cui le associazioni che vogliono sedersi al tavolo per un qualsiasi rinnovo contrattuale devono per tempo inviare la documentazione necessaria a valutarne l’effettiva rappresentatività.

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