Home FixingFixing Nazionalità effettive e virtuali: esiste ancora il Made in Italy?

Nazionalità effettive e virtuali: esiste ancora il Made in Italy?

da Redazione

Made in Italy: la norma europea (art. 24 del Codice di regolamentazione) si presta ad un numero tale di interpretazioni da risultare quasi inapplicabile.

L’articolo 24 del Codice di regolamentazione della Comunità Europea si legge che “quando un prodotto è costruito con componenti provenienti da diversi Stati è originario del Paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata da un’impresa attrezzata a tale scopo. La lavorazione deve concludersi con la fabbricazione di un prodotto nuovo o aver rappresentato una fase importante nel processo di fabbricazione”. In parole povere: tutto e l’esatto contrario. La norma si presta infatti ad un numero tale di interpretazioni da risultare quasi inapplicabile, a differenza di quanto accade per altre norme, decisamente meno ufficiali ma molto più concrete, in vigore nei vari comparti industriali. Nell’industria meccanica le cose sono in effetti molto più chiare e la cittadinanza di una macchina è quasi sempre assegnata al Paese ove avviene l’assemblaggio finale. Una regola non scritta che fino a meno di un decennio fa valeva in tutto il mondo per tutti i costruttori. Una macchina assemblata in Italia è italiana anche se i suoi componenti predominanti sono costruiti in altre nazioni, mentre una macchina assemblata in Francia è francese anche se il motore è italiano e la trasmissione tedesca. Una regola sulla quale però, oggi, complice in mondo sempre più globalizzato, molti costruttori hanno incominciato a discutere in quanto non sempre allineata con le esigenze di marketing del mercato moderno. La nazionalità di un prodotto è in effetti spesso venduta quale valore aggiunto del prodotto stesso e se la qualità in questione non è quella “giusta” diventa difficile far pagare all’utente finale un valore aggiunto che non c’è. Un esempio in tal senso può essere dato da un prodotto assemblato sia ad Ankara, in Turchia, che in Italia. Le due macchine sono pressoché identiche e funzionano bene entrambe, ma il “Made in Italy” del prodotto italiano può certamente essere un aiuto alla vendita, mentre il “Made in Turkey” del gemello turco sarebbe quasi certamente un ostacolo. Un problema che, ovviamente, non si lega alla qualità dei due mezzi, garantito dallo stesso marchio, ma da un immaginario collettivo fossilizzato da preconcetti che pur non avendo più nulla di attuale, restano vivi e concreti per conoscere le rispettive realtà costruttive.

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