Home FixingFixing Riforma fiscale, l’anomalia: il 2-3% delle imprese di San Marino contribuisce per l’80%

Riforma fiscale, l’anomalia: il 2-3% delle imprese di San Marino contribuisce per l’80%

da Redazione

La rivalentini_pasqualeforma fiscale che entro giugno sarà portata in Consiglio Grande e Generale rappresenterà un passaggio estremamente importante. Secondo il Segretario alle Finanze, Pasquale Valentini, su 4.400 imprese in realtà circa 3.500 contribuiscono pochissimo o non contribuiscono affatto.

di Loris Pironi

 

SAN MARINO – Può una riforma ambire a cambiare volto ad un Paese, nello specifico alla sua economia, senza necessariamente essere definita “epocale”? Noi ci proviamo ed evitiamo questo termine così inflazionato. Sicuramente va detto che la riforma fiscale che entro giugno sarà portata in Consiglio Grande e Generale rappresenterà un passaggio estremamente importante. Che toccherà tutti e che dovrà rappresentare una base per permettere ai conti dello Stato di reggere l’urto della crisi. Secondo le intenzioni del Segretario di Stato alle Finanze, Pasquale Valentini, l’approccio a questo provvedimento prevede un’impostazione innovativa nel metodo.

L’idea di base – assolutamente condivisibile – è che la fiscalità non rappresenta un elemento punitivo, ma uno strumento per garantire servizi ai cittadini, anche a chi non può permetterseli, creando nel contempo una leva per lo sviluppo. L’intento, indubbiamente virtuoso e anche ambizioso, è di dare una sempre maggiore responsabilità al contribuente, rendendolo attore dello sviluppo economico che un Paese deve assicurarsi anche con la fiscalità.

“Ci siamo avvicinati alla materia – spiega a Fixing il Segretario alle Finanze, Pasquale Valentini – partendo da due obiettivi irrinunciabili: l’equità fiscale e un maggior gettito per le casse dello Stato. Ci sono tuttavia altri elementi importanti di cui tenere conto: standard internazionali a cui adeguarsi, la semplificazione, il sostegno all’imprenditoria vera, politiche sociali. Abbiamo analizzato i dati dei contribuenti dal 2004 al 2008 (i dati del 2009 sono ancora incompleti, ndr). È emerso che oggi ci troviamo di fronte ad un fenomeno evidente che riguarda tutte le categorie di contribuenti: l’aliquota nominale non corrisponde all’aliquota effettiva. Ci sono differenze in alcuni casi anche importanti e ciò rappresenta un elemento di non chiarezza. Noi non vogliamo innalzare le aliquote, ma è indispensabile superare questo gap tra effettivo e nominale. Magari introducendo iniziative precise che giustifichino detrazioni e abbattimenti, sia per quello che riguarda le imprese sia per i cittadini. Vogliamo offrire al contribuente la possibilità di ottenere detrazioni se può dimostrare interventi che le giustifichino”.

Dall’analisi cosa è emerso?

“Per valutare il fenomeno contributivo abbiamo analizzato i dati delle quattro macrocategorie, soggetti giuridici (le imprese, ndr), i lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi e le imprese individuali. Per ciascuna ci sono elementi di criticità. Alcuni sono comuni a tutte, poi ci sono le criticità specifiche. Per quello che riguarda le imprese, in particolare, abbiamo appurato che su 4.400 soggetti in realtà circa 3.500 denunciano un reddito inferiore ai 30 mila euro o non contribuiscono affatto: in sostanza il 2-3% contribuisce per l’80%, ed è indispensabile capire a fondo il fenomeno e correggerlo. Per quello che riguarda i lavoratori dipendenti si nota invece che siamo molto distanti dalle fasce indicate di contribuzione (attorno al 5% contro il 12%). Sui lavoratori autonomi invece la nostra intenzione è fare una distinzione tra chi ha un’attività più simile a quella del lavoratore dipendente e quelli che invece sono più vicini alla realtà di una impresa. In sostanza non vogliamo stravolgere la realtà fiscale di oggi, ma correggere le criticità”.

Parliamo di evasione fiscale.

“Sicuramente dobbiamo lavorare per rendere più efficaci i controlli, ma la nostra idea è quella di creare una sorta di circuito virtuoso che porti, anche per i lavoratori dipendenti, alla possibilità di abbattere la contribuzione legata a una serie di costi e passibilità deducibili che vanno giustificate attraverso la fatturazione o la dimostrazione della spesa. Questo rappresenterebbe un vantaggio per il lavoratore dipendente e una spinta affinché l’impresa e il professionista che forniscono certi servizi siano costretti a certificarli. Tornando invece al discorso delle 3.500 imprese che non contribuiscono o quasi, pensiamo di chiedere un contributo minimo o di dare all’impresa la possibilità di giustificare il proprio reddito zero chiedendo l’accertamento dell’ufficio tributario. Un ulteriore modo per far emergere la situazione reale”.

In soldoni intendete eliminare le distorsioni cercando di non aumentare la pressione fiscale.

“L’obiettivo è questo. Purtroppo il nostro sistema fiscale è vecchio e la realtà economica precedente non richiedeva questa analiticità. Ma oggi è indispensabile intervenire”.

Un’ultima domanda, sull’ipotesi di introduzione del sistema IVA chiesta da più parti. Se ne può parlare?

“Non è un ragionamento inserito nella riforma fiscale ma abbiamo in previsione uno studio parallelo. Da più parti ci viene sollecitato, ma c’è anche tanta resistenza. Sicuramente dovremo analizzare i pro e i contro e sciogliere il nodo, anche se una maggiore internazionalizzazione della nostra economia ci spinge ad avere un modello impositivo confrontabile con l’esterno”.

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