Home FixingFixing Banca dell’innovazione Propulsore economico

Banca dell’innovazione Propulsore economico

da Redazione

L’esempio vincente dell’israeliano Yozma, fondo nazionale di venture capital. E’ stata teorizzata per la prima volta dal premio Nobel Edmund Phelps. Ecco come funziona, un meccanismo che può essere riproposto. Un dibattito in proposito, in Italia è già iniziato.

di Saverio Mercadante

Una struttura con l’agilità e le movenze del privato venture capital per intercettare e finanziare le idee più brillanti nel settore dell’hi tech e creare nel pubblico una Banca dell’innovazione, di fatto un fondo nazionale di venture capital. Che utilizzi al meglio quei quindici miliardi di euro di finanziamenti dispersi in mille rivoli, a pioggia battente. Soprattutto i finanziamenti europei: spesso i progetti presentati non sono in linea con gli standard richiesti. Da qualche mese anche in Italia si è aperto un dibattito intorno a quest’opzione, teorizzata per la prima volta da Edmund Phelps, premio Nobel per l’Economia nel 2006. Esiste un disegno di legge di iniziativa parlamentare di esponenti della maggioranza e dell’opposizione. I finanziamenti di progetti all’altezza dei parametri imposti potrebbero far nascere nuove imprese e incrementare l’occupazione. Le start-up possono creare valore anche più delle aziende già consolidate. Negli Stati Uniti la maggior parte dei nuovi posti di lavoro è stata creata da start-up.
Un’esperienza importante di fondo nazionale di venture capital è stato lo Yozma israeliano.
Il progetto fu lanciato nel 1993 dal governo israeliano per far nascere un’industria locale di venture capital che al tempo non esisteva.
Esistevano già gli incentivi all’innovazione e i fondi pubblici erogati a questo scopo. Il venture capital consiste invece nel trasferire le competenze di investitori sul mercato per consentire lo sviluppo di grandi aziende in settori innovativi e competitivi.
L’obiettivo era avere in Israele “sviluppatori” di grandi aziende che sorgevano sulla spinte di nuove idee. Obiettivi primari di Yozma: costruire uno strumento che consentisse di colmare il gap di competenze convincendo i migliori venture capital internazionali ad operare in Israele. Yozma era dotato di fondi da 100 milioni di dollari e di una struttura superleggera: una squadra di quattro persone, una governance snella che permettesse ai manager di gestire in ampia autonomia gli investimenti effettuati.
La dimensione minima dei fondi partecipanti che presentavano un progetto era di 20 milioni di dollari. Yozma investiva sino a 8 milioni coprendo sino a un massimo del 40% , il resto doveva provenire da investitori privati
Gli investitori privati avevano a disposizione una call option sulle quote del fondo detenute da Yozma, valida per cinque anni ad un prezzo pari ai soldi messi più un tasso di interesse e una percentuale del carried interest (Incentivo riconosciuto ai gestori di un Fondo, sulla base della performance complessiva fatta registrare dall’attività di investimento. Nella prassi si aggira intorno al 20% del capital gain realizzato e si applica solamente qualora venga superato un livello minimo di rendimento) generato dal fondo. Questa scelta fu strategica: non era sufficiente l’apporto come coinvestimento per attrarre i migliori venture capitalist in Israele. Non venne data nessuna protezione sul ‘downside’ offrendo invece un incentivo sull’upside attraverso questo meccanismo. Se alla fine dei 5 anni l’opzione non veniva esercitata, essa decadeva e quindi Yozma manteneva la proprio quota sul 40% del valore del fondo investito. Lo scopo per il governo non era di guadagnare dal fondo, ma di sviluppare il settore. Se si fosse anche riuscito a recuperare una parte dei fondi sarebbe stato sufficiente. Fondamentale era attrarre le migliori competenze per operare in Israele. L’altra caratteristica del fondo: nel team di gestione doveva esserci almeno come partner un venture capitalist straniero con esperienza. Gli investimenti dovevano riguardare principalmente società israeliane, anche se incorporate all’estero. Il successo di Yozma fu basato soprattutto sulla flessibilità necessaria per attrarre i partner privati e quelli esteri. E sulla scelta di non voler controllare la gestione dei fondi che avevamo finanziato, ma puntare tutto sull’attrarre e selezionare i migliori team di gestione per poter operare in Israele. Yozma finanziò dieci fondi da venti milioni di dollari ciascuno. Dopo cinque anni, nessuno dei fondi aveva generato una exit, ma il valore delle aziende in portafoglio convinse gli investitori privati di otto fondi sui dieci iniziali ad esercitare la call option ricomprandosi le quote del governo. Questo ci consentì di rientrare di 80 milioni sui 100 investiti. Inoltre grazie alla quota di carried interest nel complesso dopo 10 anni il governo rientrò per 140 milioni, generando addirittura 40 milioni di plusvalenza. Degli otto fondi che hanno esercitato la call la peggiore performance fu di 2X il capitale investito, la migliore di 14X, un risultato notevole reso possibile grazie all’effetto leva dell’opzione. Dopo cinque anni il mercato era diventato molto competitivo per cui non fu necessario proseguire con il programma, l’attenzione si spostò quindi su altri interventi: defiscalizzazione delle plusvalenze per mantenere l’attrattività di Israele come target di investimento, in particolare furono defiscalizzati i proventi del carried interest per i manager; privatizzazione degli incubatori; incentivi fiscali agli angel investors, un’iniziativa tuttora attiva in Israele. Yozma è oggi un fondo privato che porta avanti alcuni progetti simili a quello originario su richiesta di alcuni governi. Come in Russia: è stato creato un fondo per il venture capital tre anni fa. Un miliardo di dollari per una missione del tutto simile a Yozma.

Forse potrebbe interessarti anche:

Lascia un commento