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San Marino, quanto conta il partito dei liberi professionisti

da Redazione

La “provocazione” di Fixing dopo l’appello all’impegno del Presidente dell’associazione nazionale dell’industria sammarinese Paolo Rondelli. Fare la propria parte non significa essere di parte. Vuol dire impegnarsi per il bene comune.

di Loris Pironi

 

SAN MARINO – “Cari amici imprenditori sammarinesi, so che sto per dire qualcosa che va al di là di una semplice provocazione. Qualcosa che va al di fuori dagli schemi. È giunto il momento di assumerci maggiormente, uno ad uno, la responsabilità del nostro Paese. Anche dentro i partiti. Oserei dire che è un dovere non più rinviabile. Non possiamo lamentarci se non diamo il nostro contributo diretto nei centri democratici della gestione della Cosa Pubblica”. Citiamo così, fedelmente, parola per parola, uno dei passaggi più forti del discorso del presidente dell’Associazione Nazionale dell’Industria Sammarinese davanti all’assemblea generale dell’ANIS. Lo citiamo pedissequamente a scanso di equivoci, fraintendimenti, interpretazioni personali. Ma l’argomento, da un punto di vista giornalistico, è stuzzicante. E Fixing, da giornale libero (per certi versi anche un po’ liberal, a volte succede anche a noi) si prende la libertà di ricamarci un po’ sopra a questo concetto espresso dal Presidente degli Industriali proprio nel fuoco del suo discorso, letto nell’occasione più importante dell’anno. Assumersi “maggiormente, uno ad uno, la responsabilità del nostro Paese. Anche dentro i partiti”. Una provocazione? Forse. Ma nelle parole di Rondelli, a nostro avviso, c’è qualcosa di ben più profondo. Lo si evince dalla profonda autocritica che ha introdotto questo appello. Rondelli infatti ha ammesso che se la politica non è stata all’altezza, la colpa è anche degli imprenditori cittadini sammarinesi che si sono accontentati. Che si sono rassegnati. Da qui l’invito a rimboccarsi le maniche e ad agire. Non per il bene personale o delle proprie aziende, ma del Paese. Un appello coraggioso non c’è che dire. Un messaggio forte. Un messaggio che non può essere letto come l’invito a costituire quel “Partito degli Imprenditori” di cui ogni tanto, ciclicamente, si favoleggia. Significa che ognuno deve fare la propria parte, con responsabilità, perché il tempo delle scelte è giunto (per certi versi possiamo dire finalmente). Che non si può più stare a guardare la barca che va alla deriva. Che non si può più pensare ai propri interessi personali, ma è indispensabile guardare ad una prospettiva più alta. E tutto il resto diventa una conseguenza. E tutto il resto, anzi, deve diventare una conseguenza di questo agire virtuoso. Un’utopia? Chissà. Però di imprenditori, più in generale di liberi professionisti, nelle stanze dei bottoni ne girano parecchi. In Congresso di Stato. All’interno del Consiglio Grande e Generale. Negli organi direttivi e nelle assemblee dei singoli partiti, di maggioranza e opposizione. Nelle Giunte di Castello. Nei centri democratici della gestione della Cosa Pubblica, come ha detto il Presidente dell’ANIS. Un partito trasversale, se vogliamo utilizzare questa immagine che non calza per nulla in questo contesto di impegno civile, che ha sensibilità e capacità adeguate per mettere in atto un vero cambiamento.

 

I liberi professionisti “occupano” il Consiglio

Chiudiamo con un piccolo gioco. Questa sì una vera provocazione, dichiarata in anticipo, che Fixing si concede per rendere più suggestiva la chiusura della nostra riflessione sulle parole di Rondelli. Abbiamo consultato il sito del Consiglio Grande e Generale. Abbiamo preso in esame le professioni dei singoli Consiglieri. Quelle che essi stessi hanno dichiarato, perché scendere nel dettaglio delle molteplici attività di ciascuno avrebbe significato infilarci in un ginepraio inestricabile. E allora abbiamo potuto appurare che la categoria dei “liberi professionisti”, il “partito” dei liberi professionisti (comprendente sì gli imprenditori, ma anche avvocati, notai, ragionieri… tutto un mondo che è vicino all’impresa), comprenderebbe la bellezza di 22 Consiglieri. Quattro in più, per intenderci, della lista che unisce il Pdcs ad Arengo&Libertà. Quanto basta per avere un’abbondante maggioranza relativa in Consiglio. Per la cronaca i rimanenti 38 consiglieri sono in maggioranza dipendenti pubblici (10) e privati (15). Ci sono dirigenti, studenti, pensionati, medici e altro ancora. Ma un ipotetico partito con 22 Consiglieri rappresenterebbe una forza capace di fare la differenza in Consiglio. Se anteponesse il bene del Paese al singolo interesse, alle operazioni di lobby, alla volontà di accontentare il proprio zoccolo duro di elettori. Se decidesse di voltare, definitivamente, una volta per tutte, la pagina del clientelismo che ha portato la politica a trasformare la PA in un pigro animale dalla pancia gonfia. Perché in fondo ciò che voleva dire Rondelli è proprio questo: l’impegno nei consessi democratici significa privilegiare il bene comune anteponendolo all’interesse privato. Significa giocarsi il jolly dell’etica. Una carta che la politica finora ha tenuto ben nascosta nella manica, ma che può diventare decisiva per vincere la partita. O almeno per provare a giocarsela alla pari.

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