Dopo quasi 100 giorni dall’entrata in vigore del decreto incentivi, le aziende sammarinesi sono ancora scosse. Decreto incentivi: le soluzioni per le imprese del Titano. Attenzione però al pericolo dell’esterovestizione.
Dopo quasi 100 giorni dall’entrata in vigore del decreto incentivi, le aziende sammarinesi sono ancora scosse, molto scosse: c’è chi è andato in Italia e chi prova a resistere, cercando una soluzione leonina.
Grandi novità in materia non ce ne sono. Ci sono però i problemi che le aziende incontrano ogni giorno, fatti di rifiuti e, di conseguenza, di fatturati che scendono. In alcuni casi anche del 50 e più per cento.
Ricordiamo che il decreto incentivi chiarisce che i soggetti con partita Iva che hanno scambi con il Monte per almeno 50 mila euro mensili devono comunicare infatti i dati dell’operazione ogni 30 giorni. Per i soggetti che invece non superano i 50 mila euro devono autodenunciare l’importo all’Agenzia delle Entrate ogni 90 giorni.
L’aspetto più spinoso però riguarda – dopo tre mesi dall’entrata in vigore del decreto italiano (e solo per l’Italia: la Repubblica di San Marino non è più in black list in quanto finora ha concluso 27 accordi per lo scambio di informazioni secondo gli standard prevista dall’Ocse, ndr) – i “muri” che l’Italia ha innalzato verso il Titano. E che guarda negli occhi le piccole imprese del Monte, spesso “gambizzate” dal provvedimento: non tutte hanno infatti le risorse per affrontare gli scogli inseriti nel decreto incentivi italiano.
Nell’occhio del ciclone – da sponda italiana – c’è quella “dichiarazione” da fare al Fisco ogni mese o ogni tre mesi, a seconda dell’importo. Che è, concretamente, solo una dichiarazione in più (e quindi anche una spesa in più da sostenere), come ha ribadito a più riprese l’Associazione Nazione dell’Industria Sammarinese e come ha rimarcato il Segretario all’Industria Marco Arzilli qualche tempo fa: “Essere nella black list dell’Italia non implica altro che una comunicazione aggiuntiva per ogni scambio commerciale che si ha tra imprese italiane e sammarinesi”.
Eppure, in Italia, questa verifica mette paura…
Che strade si aprono per gli imprenditori sammarinesi? Due, in estrema sintesi, le opzioni: aprire una sede secondaria dell’azienda, con rilevanza fiscale come stabile organizzazione, oppure una “commissionaria” che vende in conto proprio ma anche per conto del committente. Quest’ultima, in particolar modo, sposa le esigenze di alcune piccole imprese. Ma è davvero la risposta migliore? E soprattutto, che pericoli nasconde? A la carte, il primo rischio si chiama “esterovestizione”.
Se la commissionaria non ha una struttura importante, fatta di agenti e organizzazione autonoma, l’Agenzia delle Entrate, in caso di accertamenti, può etichettare la commissionaria come “esterovestita”.
La commissionaria quindi deve essere una struttura con un’indipendenza economica, razionale. Deve sapersi mantenere, anche in base al fatturato proveniente dal lavoro degli agenti.
Il far confluire molte piccole aziende locali in un’unica società o consorzio – che come ogni azienda italiana che si rispetti, dovrà pagare le tasse oltre confine – può creare problemi di natura fiscale e civilistica.
Come detto, nel primo caso si può cadere nell’esterovestizione.
Sotto il profilo civilistico, è chiaro che se la commissionaria che fattura in Italia dovesse andare incontro ad alcune insolvenze, metterebbe a rischio il rapporto tra i soci.
