Home FixingFixing Ecco perché per il nostro Euro siamo di nuovo al crepuscolo

Ecco perché per il nostro Euro siamo di nuovo al crepuscolo

da Redazione

Per la moneta comune dell’Unione Europea stanno tornando tempi bui. Be’, diciamo buietti. Non proprio una wagneriana Eurodämmerung, ma almeno una Euroschwächung. Che cosa c’entra la lingua tedesca? C’entra, c’entra.

di Paolo Brera

 

Per la moneta comune dell’Unione Europea stanno tornando tempi bui. Be’, diciamo buietti. Non proprio una wagneriana Eurodämmerung, ma almeno una Euroschwächung. Che cosa c’entra la lingua tedesca? C’entra, c’entra. Perché è proprio sull’andamento di certe cose riguardo a certe altre cose inequivocabilmente tedesche che si misura la Schwächung. Cioè lo smorzamento della luce dell’euro.
In chiaro: rispetto al dollaro, la nostra valuta ha fatto segnare un minimo sotto 1,20 durante la prima settimana di giugno, quando sembrava che i barbari dovessero attendarsi ad Atene per esigere indietro quanto i greci avevano saccheggiato dei loro averi. Da lì in poi, il recupero, grazie ai piani di austerità non solo proclamati ma anche imperversati sulla popolazione dei Paesi peggio messi dell’Eurozona. Ma dagli inizi di agosto, nuovo peggioramento. Rispetto al dollaro, neh! Non parliamo poi del rapporto con il franco, lo yen o la sterlina, valute oggi molto vicine al cuore degli impauriti operatori del Forex e dunque sempre più care sui mercati del mondo.
A parte il cambio, dove si legge lo smorzamento, o dove si percepiscono gli scricchiolii, se vogliamo cambiare metafora? Ma sullo spread cui danno luogo certi titoli denominati in euro ed emessi da Paesi nei guai nei confronti di quei pilastri della finanza che sono i bund tedeschi! Questi spread rappresentano l’interesse che gli inguaiati, per farsi prendere sul serio dagli investitori, devono pagare in più di quelli che caccia la Germania. Per tutto il mese di agosto, tali spread sono stati in tensione. E in questa settimana, in cui l’Eurozona si presenta sul mercato per raccogliere 14 miliardi di euro, lo sono in modo particolare.
Per fortuna i grossi e ciolla dell’Eurozona se la stanno cavando benino. Lo spread spagnolo è rimasto praticamente fermo al di sotto dei 200 punti base, e all’asta di titoli pubblici del 2 settembre Madrid si è presentata con un tasso di mercato sulla duration decennale del 4,1% e 4 miliardi di euro da raccogliere, che a regola non sono neanche tanti. Visto poi che l’Italia ha appena piazzato 5 miliardi di titoli a scadenza 2021 con un interesse del 3,81% e uno spread sul fatidico bund di appena 166 punti base.
Ma i guai ci sono. E vengono dall’isola verde. Sì, proprio quella Irlanda che tanti complimenti si era attirata per la spietata risolutezza del suo piano di austerità. Anche qui non mancano segnali incoraggianti: subito dopo il recente downgrading della Repubblica Irlandese da parte di Standard&Poor’s, Dublino si è presentata sui mercati e ha collocato 600 milioni di euro di titoli a breve termine con un’emissione sovrasottoscritta (nota filologica: i mercati finanziari ti fanno diventare scemo con le parole composte come questa, particolarmente infelice, ma quelle sono e quelle devi usare…) – e perfino, udite udite, a un tasso d’interesse in calo. Ma è una Rara Avis, come dicono quelli della Hertz. La realtà di fondo è che i mercati sono sempre più preoccupati per la situazione del sistema bancario irlandese, soccorso in fretta e furia un annetto fa al prezzo di un deficit pubblico mostruoso, ma ancora traballante e ancora necessitoso di un intervento. È questo che sta schiacciando giù l’euro.
Qualche dettaglio per capire. Standard&Poor’s stima che il costo totale del salvataggio delle banche irlandesi, travolte dai derivati tossici, dal-l’esposizione verso l’immobiliare e dalla crisi islandese, finirà con l’ammontare a 90 miliardi di euro, il 58% del pil. Secondo l’agenzia di rating questa spesa farà salire il debito pubblico al 113% del pil nel 2012, una cifra più alta di quella predetta lo scorso luglio dal Fondo Monetario Internazionale (94,7% nel 2011 e 97,7% di punta massima nel 2014). È comunque un livello altissimo, quasi “italiano”, visto che il debito era solo un quarto del pil prima dello scoppio della crisi. Il rischio è che il riequilibrio finanziario faccia avvitare la recessione su sé stessa rendendola irrimediabile.
Particolarmente spinosa è la situazione della “bad bank” Nama, che sta acquistando tutta la robaccia tossica delle banche commerciali. Anche se acquista a forte sconto, non si sa quanto potrà alla fine recuperare. E al mercato fa da promemoria la situazione della Anglo-Irish Bank, la principale delle banche soccorse dopo lo scoppio del bubbone: questa passa da un perdita all’altra e tutte, alla fine, saranno a carico del contribuente. È tutto questo a far perdere fiducia nell’euro. Ma come, dirà qualcuno, per una questione di pochi miliardi di euro in un’economia irlandese che per quanto possa andare in crisi, è pur sempre solo meno dell’un per cento di quella dell’Eurozona?! Ebbene sì. È proprio così che stanno le cose. Ma non credo proprio di avervi mai detto, gentili lettori, che i mercati finanziari siano esempi di razionalità. O no?

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