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San Marino: chiamatelo ex paradiso (fiscale)

da Redazione

L’ultimo caso, un’evasione fiscale da 14,5 milioni di euro passata attraverso San Marino e due presunte società “esterovestite”, è l’esempio. L’esempio di come la collaborazione tra due paesi, l’Italia e la Repubblica del Titano, può portare a risultati eclatanti nel campo del contrasto ai reati fiscali. E se alla Svizzera prudono le mani davanti alla piccola Repubblica che si apre alla collaborazione finanziaria, c’è chi (un nome a caso, Giulio Tremonti) si ostina a ritenere il Titano un paradiso fiscale.

Di Loris Pironi

 

L’ultimo caso, un’evasione fiscale da 14,5 milioni di euro passata attraverso San Marino e due presunte società “esterovestite”, è l’esempio. L’esempio di come la collaborazione tra due paesi, l’Italia e la Repubblica del Titano, può portare a risultati eclatanti nel campo del contrasto ai reati fiscali. E, perché no, a traffici ancora più inquietanti, come il riciclaggio di denaro, magari a fini terroristici.
Diciamo questo perché la Guardia di Finanza ha annunciato che dall’inizio del 2010 ad oggi è stato recuperato circa un miliardo di euro, frutto di evasione fiscale, passata da San Marino. Un miliardo di euro che imprenditori, professionisti e quant’altro in Italia hanno cercato di “ripulire” o occultare al fisco italiano utilizzando la “lavatrice” del Titano.
Ma questo dato ha due letture. La prima parla di un sommerso davvero ingente, che racconta dell’eccessivo peso delle tasse italiane, dell’atavico desiderio degli italiani di utilizzare scorciatoie e scappatoie per tenersi in tasca qualcosa in più dei semplici spiccioli (un miliardo è sempre un miliardo, soprattutto oggi che si parla di euro) e della tradizionale vecchia abitudine dei sammarinesi a non dire di no ai soldi che piovono così, con leggerezza.
La seconda è che, se la Repubblica di San Marino da un annetto a questa parte non avesse aperto gli occhi, volente o nolente, accorgendosi di essere piazzata in mezzo all’Europa, e di essere un monte e non un’isola, questo miliarduccio di euro sarebbe rimasto sepolto in qualche forziere, con buona pace della Guardia di Finanza, dell’Agenzia delle Entrate, del Ministero delle Finanze e del buon Giulio Tremonti.

Eppure cosa hanno fatto i media questa mattina? Hanno raccontato di come le casseforti del Titano abbiano custodito un miliardo di euro sottratti all’Italia; hanno parlato di quei soggetti imprenditoriali che sistematicamente hanno usato il Titano per evadere il fisco o abbattere il peso dell’Iva. E nella stragrande maggioranza dei casi si sono dimenticati, diciamo così, di sottolineare come la strada della trasparenza intrapresa da San Marino da qualche mese a questa parte rappresenti per le Fiamme Gialle il migliore e più fruttuoso esempio di collaborazione internazionale nella lotta all’evasione fiscale. Roba, anzi, che potrebbe indurre la Svizzera a dimenticare la tradizionale neutralità per schierare in campo tutti i propri orologi a cucù dichiarando guerra alla piccola Repubblica che sta aprendo la strada in Europa ad una diversa e maggiore collaborazione negli scambi di informazioni, un passaggio a cui gli elvetici non vogliono nemmeno pensare.

Tornando al Titano, la Guardia di Finanza (per la precisione il II Reparto Relazioni Internazionali del Comando Generale della Gdf) ha evidenziato lo scambio di importanti informazioni con gli investigatori sammarinesi. È stato frutto della collaborazione tra Italia e San Marino anche la lista dei ben 1.200 nomi, fra cui diversi vip, relativi ad altrettanti rapporti finanziari, emersa nei mesi scorsi. L’ambito, in questo caso, è diverso da quello della frode fiscale. La vicenda è connessa alle indagini sulla San Marino Investimenti, la finanziaria che faceva capo al conte Enrico Maria Pasquini, ambasciatore del Titano in Spagna, finita nell’inchiesta per riciclaggio aperta della Procura di Roma. Nel mirino degli inquirenti, un miliardo di euro. Altra storia, stesso libro nero.

San Marino, forse è opportuno ricordarlo, in questi mesi ha messo in campo una vera e propria maratona consiliare per approvare provvedimenti che hanno cambiato completamente volto al proprio assetto economico e finanziario. Di fatto sono stati cancellati l’anonimato societario e quello bancario. È stata resa più agevole la via per le rogatorie internazionali. Sono stati potenziati gli strumenti per la collaborazione internazionale, come si può ben vedere dai risultati conseguiti in pochi mesi. Eppure l’Italia ancora non vuole sotterrare l’ascia di guerra. Le resistenze passive di Roma, che finora ha evitato ogni possibile confronto politico, mettono sempre più in difficoltà l’economia di San Marino e le sue imprese.

La partita si fa sempre più dura, insomma, ma la strada intrapresa dalla piccola Repubblica è senz’ombra di dubbio l’unica percorribile.

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