Home FixingFixing La vera storia di “Tulliaccio”: Tullio Vittorio Giacomini

La vera storia di “Tulliaccio”: Tullio Vittorio Giacomini

da Redazione

Da Fixing n.31, una lunga intervista a Tullio Vittorio Giacomini, decano dei giornalisti sammarinesi, sicuramente un "personaggio". E a proposito, questa sera (ore 21.30 a Pesaro, nella piazza Collenuccio, la più prestigiosa), Giacomini metterà in scena una "provocazione sammarinese", come l’ha definita, la sua favola "Cera una volta una candela".

di Loris Pironi

 

Una piccola ma doverosa precisazione, per introdurre l’intervista a Tullio Vittorio Giacomini che apre il nostro speciale mensile di approfondimento culturale: non sono abituato a raccontare in prima persona e la mia formazione mi ha sempre “proibito” di fare interviste dando del tu all’intervistato. È una questione di stile. Che però, per una volta, mando volentieri a farsi friggere: se non l’avessi scritta in questo modo, non sarebbe uscito il vero aspetto del mio intervistato. E poi Tullio è un collega e quindi le cose possono essere un po’ diverse rispetto agli standard abituali. Più che un intervista però è un lungo monologo: qualche breve domanda qua e là per cercare di arginare il debordante fiume di ricordi, aneddoti, battute che si accavallano, sovrappongono, che vanno al di là dello spazio e del tempo. Più che un’intervista è un’opera di sintesi, da restauratore del pensiero. Che tramite il “personaggio” Tullio Vittorio Giacomini vuole raccontare un’intera epoca di San Marino.

 

Si fa presto a dire Tullio Vittorio Giacomini. Si fa presto perché si dice così, tutto d’un fiato, e poi si aspetta di vedere la reazione negli occhi di chi lo conosce. Di solito è un sorriso di quelli che precedono un aneddoto (su di lui ce ne sono tanti) o una battuta. Tullio Vittorio Giacomini è il decano dei giornalisti sammarinesi. Per questo motivo lo abbiamo intervistato. Ma più che altro, lo confessiamo, è una scusa perché Tullio è soprattutto un personaggio, una “memoria storica” (che brutto modo di inquadrarti, scusa davvero Tullio), un personaggio, nel bene o nel male. Tullio Vittorio Giacomini è capace di vederti dall’altra parte della strada e declamarti, ad alta voce, una poesia inventata per te così su due piedi; o magari di gridarti una sconcezza capace di far arrossire una meretrice che passa di lì per caso. L’abbiamo sentito fare domande sconcertanti in conferenza stampa, l’abbiamo visto dare vita a giornali durati la breve vita di una candela. Ci siamo fatti incantonare più di una volta senza la capacità (o la voglia) di tornare all’urgenza (?) delle nostre cose. E ora abbiamo tentato l’impresa più ardua: quella di farci raccontare la sua vita, di cercare di domare il Giacominipensiero.
Siamo pronti? Si parte. Tullio, ti offendi se ti definisco un ‘personaggio’? E mi spieghi come mai a San Marino ti considerano sammarinese e a Pesaro un pesarese doc?
“Puoi chiamarmi come vuoi, anche Tulliaccio da Montefeltro se ti aggrada. Fino al 1920 i medici sammarinesi non potevano prestare opera a San Marino: era una realtà molto ristretta, quindi per non trovarsi a curare da brutte malattie parenti o amici dovevano lavorare fuori. Così mio nonno fu medico a Montefiore Conca, mio padre fece il medico a Pesaro, con la condotta più grande d’Italia. Ci lasciò più di tremila libri e io, i miei due fratelli e mia sorella ereditammo un grande amore per i classici: a 8 anni leggevo Hemingway e Faulkner. Quando eravamo bambini, mio padre ci proibì di dire che eravamo figli del medico condotto. Ci insegnò a dare del tu ai potenti e a farselo dare dall’ultimo degli umili. Così ho ballato con Edda Ciano a Capri (un grande amico di Tullio fu Marzio Ciano, ndr), ma mi sono sempre trovato a mio agio con i più poveri. Comunque sia, sono nato a Ginestreto di Pesaro. Mio nonno Tullio Giacomini dette una scarpata in testa a Giosuè Carducci: gli schiacciò bene la tuba perché scrisse un’ode alla regina. Riuscì a fuggire e si rifugiò a San Marino, dove fondò il partito socialista, in maniera quasi druidica. Io mi sento sammarinese a tutti gli effetti, ho scelto la cittadinanza sammarinese, ma a Pesaro ho lasciato tanti ricordi, grandi amicizie, a partire da quella con Marzio Ciano. A Pesaro ho anche portato avanti lunghe collaborazioni giornalistiche: ho curato per anni la Terza Pagina del Corriere Adriatico, sul Carlino sono diventato il ‘poeta della tristizia’, grande conoscitore della città. Sono involontariamente ritenuto un eccentrico, non mi è mai stato possibile riuscire a confondermi”.
E come ti definiresti?
“Come mi definì una mia zia, Sofia, che mi disse: ‘ogni giorno che hai preso l’hai buttato, come i fogli del calendario’. In effetti a tratti sono stato alcolista. Mi hanno salvato il mio lessico e la mia capacità di farmi sempre perdonare. A Bologna in casa di cura riuscii a superare il mio problema e conobbi tanta gente interessante, e grazie a queste cure sono arrivato all’età di 75 anni, con le persone che mi incontrano e che mi dicono che non sono cambiato. Anche se prima o poi dovrò fare i conti con il mio fatalismo vibratile”.
Ma ora lo spazio si fa stretto, proviamo a riassumere. Sdoganiamo il Tullio Giacomini di destra?
“Fui grande amico di Almirante che mi portò al Secolo e scrisse la più bella lettera per la morte di mio padre”. (Erano gli anni Sessanta e Settanta, questo Tullio non lo dice ma è il caso di inquadrare il contesto storico, fatto di scontri anche duri tra esponenti delle estreme fazioni). “Fui a fianco di Walter Cecchini, del segretario amministrativo del Msi Giuseppe Rubinacci, ne combinai davvero parecchie”. Ma non divaghiamo ancora. “A proposito del Secolo, mi misi a collaborare da Pesaro, poi vissi a lungo a Roma dove frequentai i luoghi della cultura, quella vera, via Veneto eccetera. La mia capacità di parlare con la gente è sempre stata la mia fortuna”.
E poi c’è stato il “colpo di stato”, durante i famosi fatti di Rovereta del 1957. Tra storia e goliardia.
“Dopo la caduta del Governo, con i carri armati italiani al confine, entrai a San Marino da Faetano, di nascosto, con due amici fidati. Le guardie rosse mi fermarono puntarono la baionetta al petto, ci portarono in carcere, ai Cappuccini. Mi arrestarono perché credevano mi spacciassi per un Giacomini, non credevano fossi davvero parente di Gino Giacomini (cugino di Tullio senior, ndr), che all’indomani arrivò e quando mi vide mi disse: ‘Cosa combini qui, vuoi farci sparare tra di noi? Ah, se tuo nonno sapesse le tue idee politiche…’. Una volta scarcerato, tornai in Italia e mi dichiarai il rappresentante del governo corporativo presidenziale sammarinese. In pratica un colpo di stato, Capo del Governo in esilio. Grazie agli amici giornalisti la notizia fece il giro del mondo, spesi 87 mila lire di allora, un’enormità, in telegrammi: ad Eisenhower, De Gaulle, Adenauer…”.
Torniamo a parlare di giornalismo.
“A San Marino non c’era giornalismo. Nessuno ha mai vissuto tra i piombi, nel crepitio delle fotocomposizioni, o in una redazione vera, dove non arrivi e sei subito il migliore. Ed è questo il vero limite del giornalismo sammarinese, anche oggi. Se non hai mai dato del tu a Forlani, come puoi non avere soggezione di un qualsiasi Segretario di Stato di oggi? Lavorai anche a Fixing, agli albori, con Carlo Filippini, che divenne finalmente più gradevole. Poi diedi vita ad un giornale innovativo, via fax, nei primi anni Novanta. Scoprii Enrico Lazzari che mi portò Gabriele Geminiani. Poi feci un colpo clamoroso: nel 1994 andai al Maurizio Costanzo Show, feci il 34% di share, memorabile. C’ero io, Crepet, la ragazza che voleva sposare un miliardario”.
Arrivando a tempi recentissimi, un’altra invenzione di Tullio, ‘Il 21’, giornale a soffietto, durato però poco.
“A San Marino nei giornali non si trova il volontariato comprensivo. Dio ti guardi da chi fa scienze della comunicazione, sono presuntuosi, non sanno niente e sono pure sgrammaticati”.
E poi c’è il Tullio Vittorio Giacomini fine narratore. Lo spazio è esaurito e l’ultima incursione di Tullio nella redazione di Fixing porta con sé una notizia che richiede qualche taglio qua e là. “È un appuntamento importante, scrivetela mi raccomando. Alle 21.30 del 9 agosto nella piazza Collenuccio, la più prestigiosa di Pesaro, Tullio Giacomini metterà in scena una provocazione sammarinese ritenuta culturalmente molto importante, voluta dal Comune e dall’Assessorato alla Cultura di Pesaro. Si tratta della favola Cera una volta una candela. Vi saranno prolusioni di eccellenze della cultura italiana. Lo stesso Giacomini ha detto: ‘Dalle nostre rocche una fattura della fantasia per gli applausi che già ho avuto e di certo avrò’."
Ok, Tullio: ce l’hai fatta: sei perdonato anche stavolta.

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