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“Sà²ta la guà za”, i germogli della poetessa Annalisa Teodorani

da Redazione

Alcuni libri hanno vita stagionale: sono buoni per rilassarsi al sole, o al parco, tra una crema abbronzante e un gelato.  Altri invece hanno la forza di resistere anche nel tempo: crescono – come piccoli germogli – e con l’arrivo dell’inverno mettono radici solide. Si impernia sul rapporto generazionale “Sòta la guàza” (edizione Il Pontevecchio), l’ultima raccolta di poesie dialettale di Annalisa Teodorani, illuminata poetessa santarcangiolese, che Fixing ha intervistato.

di Alessandro Carli

 

Alcuni libri hanno vita stagionale: sono buoni per rilassarsi al sole, o al parco, tra una crema abbronzante e un gelato.
Altri invece hanno la forza di resistere anche nel tempo: crescono – come piccoli germogli – e con l’arrivo dell’inverno mettono radici solide.
Si impernia sul rapporto generazionale “Sòta la guàza” (edizione Il Pontevecchio), l’ultima raccolta di poesie dialettale di Annalisa Teodorani (nella foto), illuminata poetessa santarcangiolese che, partendo da un humus fertile (dal borgo clementino sono uscite voci cristalline come quella di Giuliana Rocchi, Nino Pedretti, Raffaello Baldini e Tonino Guerra), sfida la lingua italiana scrivendo in vernacolare.
Annalisa Teodorani, a fine luglio, ha presentato la sua ultima ‘fatica’ a Rimini: in occasione della vernice di “Folàghe” (una mostra fotografica sulla città di Fellini che l’osteria Angolo Divino del Borgo San Giuliano ospiterà sino a fine agosto), ha letto alcune preziose pagine di “Sòta la guàza”.
E’ una finestra sul passato, quella che apre con gentilezza la poetessa: uno sguardo sul rapporto tra un “ieri” che vive nelle espressioni degli anziani e un presente che è instillato nel tempo che le appartiene.
Un tempo mai progressivo (Kronos) bensì circolare (Aion), che torna a confrontarsi con le nugae catulliane, con gli accenni che la vita regala alla vita mentre si è distratti da altri progetti. Esce così l’ironia di una relazione terminata (“Ta m dé la sudisfaziòun d’una puràza svóita”, ovvero “Mi dai la soddisfazione di una vongola vuota”), che subito dopo dona uno sguardo velato di malinconia a madre Natura (“La poesia ‘Sòta la guàza’ racchiude una tematica a me molto cara, quella del rapporto tra le generazioni. Gli anziano sono le radici, i giovani i nuovi germogli” spiega la stessa Annalisa Teodorani) per poi aprirsi all’amore di coppia.
Sia in “Al spòusi zòvni” che ne “La dòta” – liriche che Annalisa ha gentilmente recitato nel cortile interno dell’Angolo Divino davanti a due futuri sposi, Paolo e Laura – ‘esce’ un universo che ha l’odore delle case dei nonni. Nella prima poesia (“Al spòusi zòvni/ l’è pavaiòti/ ch’al pérd l’arzént/ pr’una fulèda ad vént/ Gòzli d’àqua/ ch’al róiga un vóidar/ la matóina prèst”; “Le giovani spose / sono falene / che perdono l’argento / per una folata di vento / Gocce d’acqua / che rigano un vetro / al mattino presto”) lo sguardo in terza persona ricade sulla futura moglie, mentre nel secondo componimento la “lei” diventa “io”: “I cavéll pulóid i arléus te sòul/ cavéll ad ragàza/ da imbastói curòid/ che la nòna e la ma a l s’aracmànda/ La mi dóta l’è un fas ad spóin” (“I capelli puliti brillano nel sole / capelli di ragazza / da imbastirci corredi / che la nonna e la mamma si raccomandano / La mia dote è un fascio di spini”).

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