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Also Thus, Lucky Star e il teatro di Daniel Veronese a Santarcangelo 40

da Redazione

Santarcangelo 40, tripla recensione di Alessandro Carli. Cosa si può raccontare di nuovo dopo che tre geni (Friedrich Nietzsche, Richard Strauss e Lena Hades) hanno già attraversato la materia? Nulla. O meglio: “Also Thus”. Con i Menecmi di "Lucky Star" digressione in danza sul Romeo e Giulietta (o meglio: Romeo e Romeo), taglio piuttosto classico per la piece dell’argentino Daniel Veronese “Todos los grande gobiernos han evitado el teatro intimo”.

Di Alessandro Carli

 

Cosa si può raccontare di nuovo dopo che tre geni (Friedrich Nietzsche, Richard Strauss e Lena Hades) hanno già attraversato la materia? Nulla. O meglio: “Also Thus” (chiarissimo il riferimento a “Also sprach Zarathustra”), lo spettacolo (spettacolo?) di teatro/danza (sic!) in cartellone all’interno della 40esima edizione del Festival di Santarcangelo.
Il lavoro firmato dalla compagnia Public movement in piazza Marconi appare, sin dalle prime battute, piuttosto claudicante: sul grande palcoscenico marciano 9 attori vestiti di bianco, e scandiscono il ritmo con i piedi. Si azzuffano, si sdraiano a terra, si rotolano. All’improvviso entra un’automobile che, dopo aver compiuto alcune gimkane, investe i ‘reazionari’. Lo spettacolo si conclude con un gli attori che invitano il pubblico a ballare: un segno di amicizia, o di condivisione, o di una remota catarsi. Che dire? “Also thus” porta a galla la grande difficoltà teatrale di dare vita (drammaturgica) ad una protesta contro il potere. Uno spettacolo inutile che ha la pretesa di essere utile.

 

Marco e Roberto Tarquini sono invece i “Menecmi” di “Lucky star”, digressione sul Romeo e Giulietta (o meglio: Romeo e Romeo) che Alessandro Sciarroni ha trasportato in danza. All’interno della sauna delle Corderie, lo spettacolo parte bene: dentro una scatola di polistirolo, i due artisti creano una serie di figure con il solo uso delle gambe. Poi però – sul lungo – il lavoro appare non del tutto compiuto: un inserviente ‘entra’ in scena per ‘sistemare’ i due non-danzatori, impegnati in un gioco a specchio più plautino che scespiriano. Una scelta indubbiamente registica, che penalizza l’unità del lavoro.

 

Ha un taglio piuttosto classico “Todos los grande gobiernos han evitado el teatro intimo”, pièce che l’argentino Daniel Veronese (foto) ha portato al Lavatoio. All’interno di una stanza ricavata da una vecchio allestimento di “Casa di bambola” di Ibsen, Hedda Gabler (una convincente Silvina Sabater) mette in scena un gioco delle parti dal sapore pirandelliano: donna annoiata e sposata con un uomo ambizioso senza spessore intellettuale, cerca di ‘muovere’ i burattini che la circondano (come la Silia Gala). Così flirta con l’assessore che li ospita nella scenografia, porta al suicidio il brillante Lovberg e getta nello sconforto la devota Thea, che ha aiutato Lovberg nella stesura di un capolavoro invidiato dal marito di Hedda. Finale drammatico (come nel ‘gioco delle parti’) ma senza risata finale: l’Argentina non è l’Italia.

 


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