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Guardare avanti per non cadere

da Redazione

Le risorse dello Stato sono decisamente diminuite. E serve un’ulteriore reazione, perché se una parte del Paese è cambiata, anche l’altra lo deve fare.

Per capire ciò che accade oggi è opportuno guardare indietro: una massima inconfutabile, questa. Per comprendere come San Marino si deve muovere in mezzo a tutte queste tribolazioni, dunque proviamo a guardare indietro. Non alla storia ma alla nostra vita passata, attingendo semplicemente al buon senso della realtà. Guardiamo indietro ai tempi dell’infanzia, a quando cercavamo di imparare ad andare in bicicletta. Riascoltiamo ciò che i nostri genitori ci dicevano: ‘Guarda avanti, altrimenti cadi e ti fai male’. Ecco, facciamo riecheggiare ora quelle sagge parole nelle nostre teste. In queste settimane abbiamo vissuto momenti concitati di grande confusione. Ma la risposta giusta è sempre quella che ti porta a guardare in avanti verso il futuro, rispondendo ai problemi contingenti con coraggio e sacrificio, per arrivare ad essere imprese più forti e competitive domani. Solo guardando avanti si crea futuro. Il mondo imprenditoriale sammarinese ha reagito alla crisi dei mercati e all’inevitabile ristrutturazione delle imprese guardando avanti. Oggi si soffre ancora molto, tante aziende hanno chiuso, qualcuna chiuderà ancora, ma a ben osservare si intravede la luce. San Marino ha saputo reagire al cambio di sistema. È stato necessario eliminare le società anonime e il segreto bancario, e ci si è adeguati. Anche perché ogni volta che si stronca un traffico illecito, le campane devono risuonare a festa. Ma la situazione resta molto difficile, e la partita non è ancora finita. Le risorse dello Stato sono decisamente diminuite. E serve un’ulteriore reazione, perché se una parte del Paese è cambiata, anche l’altra lo deve fare. Come? La macchina statale deve ristrutturarsi, perché non più sostenibile per costi ed inefficienza. Le relazioni sindacali e le norme sulla competitività non possono restare sempre quelle vecchie di quarant’anni. La politica, ma anche i sindacati, lo diciamo onestamente, stanno facendo fatica a cambiare. Ci sono tante voci di buona volontà, tante parole (alcune anche sincere), ma i fatti per ora sono poca cosa. Serve molto di più. Agli imprenditori, ai lavoratori (i sammarinesi e i frontalieri italiani) ed ai cittadini è chiaro che occorre reagire per riconquistare la possibilità di far ripartire il Paese. In tante aziende è cresciuta quella cultura d’impresa che crede nel progetto per cui si lavora e ne condivide i bisogni. Aspetti positivi nella crisi, dunque, si trovano sempre. Ma è bene che muoia presto e definitivamente quell’altra cultura, per cui solo nelle aziende in crisi si è disposti a tutto: accordi di solidarietà, flessibilità, lavoro festivo, eccetera. Questo è un modo di fare che umilia il lavoro e denuncia incapacità ed arroganza. La flessibilità e gli orari di lavoro non si toccano, sono frutto di lotte e scioperi, e se il mondo è cambiato pazienza. Meglio fare sacrifici “imposti” senza cedere mai, perché i diritti sono sacrosanti più di ogni altra cosa e non vanno toccati, piuttosto è meglio perdere tutti. Anche se le aziende chiudono o sono costrette ad emigrare. Ma esiste una ragione: quella del buon senso che piano piano, lentamente, per fortuna alla fine prevarrà. I diritti giusti sono quelli che salvaguardano i posti di lavoro e ne creano di nuovi per le nuove generazioni, sono quelli che fanno crescere le professionalità e i progetti d’impresa seri e responsabili. E il buon senso – ma che belle parole – deve entrare anche nel lessico della politica che, lo ripeteremo all’infinito fino ad asfissiare, deve concretamente ridurre i costi di una macchina pubblica lenta e sprecona, per poterla rendere davvero trasparente, giusta ed efficiente. Ma il tempo delle riforme non è infinito: ogni giorno di ritardo costa caro a tutti. E allora si reagisca con forza. Ricordandosi la massima di quando eravamo piccoli: se non si guarda avanti si rischia di cadere. E questa volta ci facciamo male tutti…

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